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filosofando

Indice

2012

Debug sociale

In attesa del cambio

Felicità

Svolta di vita cercata

Cambio di stagione

La vita è buona

Progetti estivi

Vedute falsificate

Panoramica sui vizi

Scrivere per riflettere

Niente di troppo

La dittatura dei desideri

2011

Il mio HECCE HOMO

Poco da dire

Oriundi in conflitto

2010

Mitologia contemporanea

Pensiero mitologico

La retta solitudine

Maschere deraudate

La schiavitù tecnologica

2009

Virtù retorica

Con i piedi per terra

Alienazioni sane

Le passioni bistrattate

In cerca dell'oro

2008

Dire e non pensare

Libertà di conoscenza

Il fascismo tecnocratico

Religione Moderna

Pochi ma buoni

La mia felicità

Demagogia del voto

2007

Follie su Nietzsche

Leasing di Saggezza

La giusta democrazia

Debito di coscienza

La cultura globalizzata

Il mio Cammino I

La dialettica

La propria realtà


Perché il mondo?

Il tempo solo denaro?

L'Età dell'idealismo


2006


Definizione di filosofia

L'arte dell'umorismo e la satira


Sapere sul mondo...

L'arte di farsi rispettare

L'intellettuale

le convinzioni

Il desiderio


Philosophen

Thales von Milet

Leibniz

 


Hegel
 


John Locke
 


Emanuele
Severino



Jean-Jacques
Rousseau

 
 


In questa rubbrica vorrei presentare i miei filosofi preferiti, oltre ad una mia modesta ma per me importante presentazione del mio pensiero filosofico. Filosofando in compagnia di
questi intoccabili personaggi, senza volere peccare di presunzione esplorerò
questo universo.12.11.2004

 



Pluchinik




La definizione di filosofia
(dal greco φίλος (filos) = amore e σοφία (sofìa) = sapienza, cioè amore per la sapienza) rimane un problema filosofico di per se stesso. Ma ancor più problematica risulta da comprendere la questione del "cominciamento" filosofico. Se la filosofia indaga sé stessa dialetticamente, dove possiamo collocare il suo domandare? Al solo scopo di introdurne il concetto, possiamo dire che si tratta dello studio del significato e della giustificazione della conoscenza del più generale, o universale, aspetto delle cose. Si tratta di uno studio che viene compiuto formulando linguisticamente i problemi, offrendone la soluzione e giustificandola, ed usando procedure rigorose per argomentarla. È inoltre lo studio dei principi primi e delle ragioni ultime.


Periodo 2011

Il mio ECCE HOMO 21/10
Quando la solitudine è grande, e i pensieri si sovrappongono, ecco che dalle mie profondità emergono una quiete e un'aria di libertà sempre desiderata e sanamente riconosciuta. In questa sembianza di pace interiore, affiorano gli stati d'animo più alti mai provati nella vita morale che ogni giorno impera la sua legge del proibito e delle colpe da assumere. In questo innalzarsi dello spirito, ogni essenza esterna provoca disturbo e mi eleva sopra le cose umane oserei dire. In questo vagare dello spirito e di pulizia verso me stesso, la meta a volte appare vicina con il suo splendore di verità. In questo stato di unificazione con il tutto, gli animali inferiori ci sono sempre vissuti. Il loro istinto è puro e parte del disegno naturale che mantiene l'intero equilibrio degli esseri. Per noi uomini che abbiamo scelto di oscurare tramite la cultura le nostre naturali tendenze d’istinto, il cammino oltre a essere un dono continuo di sorprese e nuovi sviluppi dell'umanità, sia si tratti di distruzione o di nuovi imperi, la profondità di pensiero e la verità sulle cose di questo mondo saranno sempre offuscate dalle innumerevoli barriere poste da noi stessi. Come e quando mi resi consapevole delle mie capacità intellettive, e di usarle a differenza dei decadenti di spirito che scelgono sempre di danneggiarsi, in modo adatto? Pur non avendo mai avuto la predisposizione per lo studio accademico nel senso umanistico o scientifico, iniziai già in tenera età la lettura su temi umanistici. Ciò di cui avevo soprattutto bisogno, me lo presi senza indugi, e iniziai appassionatamente a conoscere me stesso e ciò che era fondamentale alla mia felicità.

L'ombra di mio padre e delle sue scelte di vita, pur non avendo mai vissuto con lui, mi perseguitava. Credendo per una forma di mia giovanile ribellione, di contraddire mia madre, scelsi lo studio che lui tanti anni prima aveva intrapreso. Non fu un errore di grave portata poiché ancora oggi professionalmente mi occupo di tecnica nel modo più assoluto. Anche se appagando in tal modo la mia parte razionale, non ho trascurato lo studio sulla filosofia e la storia, che sono un energico avvincente al vivere, al vivere oltre le apparenze! Tramite i viaggi esplorativi un tempo, in continenti lontani alla scoperta di culture antiche ho appreso il valore di questa mia epoca. Segui gustando tutte le cose buone, anche quelle piccole come pochi altri, alcune salutari e altre meno. Feci della mia volontà di conoscenza, la mia filosofia. In seguito negli anni della "maturità" arrivo la famiglia e con essa le gioie unite alla mia felicità crescente. Il mio principio selettivo con le cose e le persone, eliminarono molte ortiche e presunti sciacalli.

Scegliere sia nelle letture, uomini o paesaggi, onora me stesso giacché congedo e do fiducia a ciò che merita. Non credo di essere un decadente anzi mi sento l'opposto guardando le scelte altrui. Senza arroganze mentali o irriverenza rispetto al prossimo e alle sue scelte, il mio spirito vaga e descrivendo me stesso attraverso le mie scritture, ne gode poiché ciò che ha davanti corrisponde al disegno da me definito tanti anni fa. Respirando l'aria dei miei scritti, cresce la voglia di affermare me stesso e la mia forza interiore. È un'aria delle altitudini, un'aria forte. Correndo il rischio di diventare il lettore di me stesso, tale peregrinazione di tutto ciò che di estraneo e arduo vi è nell'esistenza, mi spinge al limite estremo di considerare ogni conquista e valutazione nella conoscenza, come una pulizia verso me stesso. Il mio HECCE HOMO è la conseguenza naturale di anni di buio e tenebre spirituali, causate dalla vittoria del mio più profondo nato dalla ricchezza più segreta della mia versione della verità. È in questa fonte inesauribile che io attingo la mia volontà. Qui non parla un profeta o fondatore di religioni! Qui non parla un fanatico che predica la propria fede! Andate ognuno per la vostra strada, senza girarvi da chi forse voleva ingannarvi con le sue strane teorie di verità e bellezza. Come disse il filosofo: L'uomo della conoscenza non deve solo saper amare i sui nemici, deve anche saper odiare i suoi amici. Fatalità e felicità spesso sono buone alleate. Questa è la mia esperienza e neutralità di pensiero.


 

Poco da dire 25/04
Molto è stato scritto e riflettuto da me in questi ultimi 7 anni di vita del sito pluchinik. Spesso ho ripetuto concetti nello forme più svariate a seconda dell'argomento o avvenimento attuale. Rileggendomi scopro molti difetti da parte mia, che riassumo così: Il discorso spesso terminava con delle critiche sul consumismo, il degrado sociale e intellettuale delle persone o qualche intrigo ai livelli più alti della società o di chi detiene il capitale. Mi rendo conto perciò che i miei monologhi possano risultare di parte o con un'orientamento critico sulle cose del mondo. Un'altro aspetto da correggere era di prendere a volte degli spunti o idee lette nel web, e di adattarne il mio pensiero senza una mi base personale. In realtà questo mio vagabondare nei siti di ogni genere ha arricchito in modo esponenziale il mio sapere su molti temi. Pertanto mi dichiaro un non scrittore, ma un artigiano del sapere. In forma autodidatta affronto gli argomenti che più richiamano la mia attenzione. Non privilegiando dei temi o rami in particolare seguo il mio istinto di vagabondare con il pensiero senza delle precise mete. Ho tentato con mia discreta soddisfazione personale di scrivere alcune poesie e a parte le rime non sempre esatte, lo stimolo per produrre nuove idee è sempre vivo. Non ho riempito il mio sito di riflessioni sul tema dell'ambiente, perchè mi rendo sempre più conto della vastita di materiale già esistente nella rete, e il mio contributo non aggiungerebbe niente di già detto. Piuttosto vorrei soffermarmi sui comportamenti di ognuno nella propria vita, che si muterebbe il consumo verso prodotti utili e meno inquinanti, prendendo spunto dalle mie abitudini. Negli ultimi mesi la scrittura mi risulta faticosa e più dispendiosa. Non per mancanza di idee o di tempo, ma per la maggiore attenzione verso la lettura di alcuni libri che ritengo importanti in questo periodo della mia vita. A volte mi assale lo sconforto di chi mai leggerà i miei pensieri, notando negli ambienti che frequento così poco interesse per la riflessione sui temi da me affrontati. Poi decido di continuare con questa sana abitudine, che tanta soddisfazione personale mi ha dato. Vi sono persone che costruiscono degli imperi finanziari o diventano famosi per qualche moda del momento. Altri lo diventano senza pretese particolari, grazie alle loro particolari doti o azioni che li hanno posti alla ribalta. Noi tutti del popolo dovremmo avere meno pretese essendo poco dotti e privi di mezzi che ci consentano una vita adagiata, e di conseguenza rincorriamo le cose, emulando chi già ne possiede a volontà. Essi questi simboli di potere dovrebbero rinfrancarmi e invece non bastano. Vi è qualcosa di assolutamente più gratificante nella conoscenza dico io, sapendo che sarà sempre maggiore ciò che c`è da imparare, rispetto a quello che ho appreso dalla vita o dalle letture. L' ispirazione che è vera linfa per la mia motivazione si chiama spiritualità. Essa ha svariate interpretazioni. Può arrivare ad includere la fede in poteri soprannaturali come nella religione, ma sempre con l’accento posto sul valore personale dell'esperienza. L'attribuzione di una mia spiritualità non implica necessariamente che pratichi una religione o creda, in generale, all'esistenza dello spirito. Nel mio caso la spiritualità è vista piuttosto un "modo d'essere" che evidenzi un mio scarso attaccamento alla materialita. I mezzi come la scrittura, la lettura e le esperienze personali innalzano secondo le mie aspettative, il livello spirituale di esistenza, dal quale la materia trae vita, intelligenza o almeno lo scopo di esistere. Il tutto condito con l'ingrediente essenziale che io reputo nella vita ovvero l'amore. Senza di esso sarei come una goccia d'acqua nel deserto che vaga per pochi istanti prima di perire nella siccita del menefreghismo generale. Per tutte queste ragioni di interessi multipli, a secondo del periodo il mio sito sarà curato o meno con riflessioni attuali dell'istante o emozione appena vissuta, e meritevole di essere raccontata. Vorrei scrivere solo quando devo dire qualcosa che valga più del silenzio. Il silenzio è necessario in molte occasioni, la sincerità lo è sempre.




 

Oriundi in conflitto 07/01
Per ogni anno vissuto l'esperienza dovrebbe migliorarci sotto vari aspetti. Abbiamo ancora ereditato le sensazioni e i sentimenti del passato, ma oggi ci troviamo come spiazzati di fronte al nuovo che avanza. Il punto cruciale sta nel fatto che l'evoluzione sociale guidata dal liberalismo sfrenato, oltre ad'averci dissanguato nei principi etico-morali ha di fatto creato uno standard di comportamenti irrazionali, che spingono sempre più persone a non vivere la loro vita in base alle loro ispirazioni, ma seguendo dei modelli preconfezionati. In base al giudizio del prossimo che valuterà il nostro stato di benessere esteriore, noi ci facciamo un idea di noi stessi. Come "analfabeti emotivi" assistiamo all'irrazionalità della perfetta e razionale macchina organizzatrice che è la società moderno-occidentale. Anche i superstiti definiti anarchici o idealisti perdono terreno e si adattono sempre di più all’apparato. Adagiandoci sulle comodità e il successo facile. Di cosa necessitiamo per compensare la nostra attuale inadeguatezza? Anche a questa domanda vi sono dei servizi adeguati con le più svariate ricette per esaudire ogni irrefrenabile desiderio. Il culto tecnico-economico divora ogni settore in ogni istante a tal punto che sono i mezzi di cui noi ancora crediamo di usare, a usare noi indicandoci per ogni evenienza una risposta.

"L’uomo (per usare un’espressione di Heidegger) è la materia prima più importante, è ciò di cui la tecnica si serve per funzionare. La scienza, da quando è al servizio della tecnica e del suo procedere, non è più al servizio dell’uomo, piuttosto è l’uomo al servizio della tecno-scienza." Cosa può l’etica, di fronte alla tecnica, ancora insegnarci? Essa celebra tutta la sua impotenza! Nella speranza che nasca un popolo cibernauta per contrastare con gli stessi mezzi, chi ancora lavora per monopolizzare ancora quel poco che è rimasto di indipendente io seguo nel mio percorso divulgativo con l'animo della formichina, che speranzosa di incontrare tante altre possa seminare divulgando il proprio disprezzo, su tutto ciò che inibisce la propria volontà di pensiero. Il contrasto di noi che definisco "oriundi del pensiero", risiede nella nostra provenienza culturale ereditata dai nostri padri con tutte le tradizioni e valori, e il contatto con la cultura attuale così diversa e in evoluzione costante. Cos`è che oggi regola il comportamento dell’uomo tra gli uomini? Quello che oggi serve è una morale che tenga conto anche della natura, dell’aria, dell’acqua, degli animali e di tutto ciò che è natura. Noi siamo nati per vivere sulla Terra, contrariamente a ciò che le vecchie religioni volevano dimostrare il contrario promettendo una vita ultraterrena. Tutte immagini metaforiche e semplicistiche di un passato in parte lasciato alle spalle. Rispetto al moderno che è già avanzato e che ci considera strumento al servizio dell'apparato economico, io considero al mia esistenza interamente corpo, realtà sensibile. Con una ricchissima varietà di desideri, inclinazioni e sensazioni che attraversano me stesso in ogni istante. Questa mia rivendicazione della natura terrestre dell'uomo è implicita nell'accettazione totale della vita che è propria dello spirito dionisiaco e dell'immagine del superuomo. La Terra non è più l'esilio e il deserto dell'uomo, ma la sua dimora gioiosa.





Periodo 2010

Mitologia contemporanea 06/08
Avendo meno risorse disponibili del proprio io, causa l'epoca moderna che ci ha di molto facilitato l'esistenza, una delle ancore più sicure per non fare emergere le nostre debolezze e limiti sono i miti del nostro tempo da emulare. Mi riferisco alla giovinezza con la sua esuberanza fisica e alla sua flessibilità mentale. Alla felicità tanto desiderata e rincorsa, la tecnica, il successo e il potere, la crescita economica, la moda e in genere nell'affermazione di sé e senza dimenticare i campioni dello sport o dello spettacolo. Tutte questi miti son descritti in un interessantissimo saggio scritto da un filoso contemporaneo: Umberto Galimberti. Non mi eserciterò nell'emularne i suoi pensieri e ad'elogiarlo, dato che è ovvio il mio consenso su quasi ogni riga scritta in questo bellissimo saggio. Mi dedicherò ad'esprimere le mie riflessioni sulla mitologia in generale, e prendendo alcuni spunti dal filosofo sopra citato per facilitarne la comprensione del mio pensiero sul tema.

Già nelle storie narrate dell'antichità si incontra spesso il mito. Per gli storici inoltre gran parte delle antiche scritture contenenti storie mitologiche, documentavano in forma pressoche certa la società di quel periodo, assumendo così oltre ad'un valore artistico l'opera ne era indirettamente anche documentaria.


Attraverso secoli bui e incerti riguardo al futuro, il cristianesimo diffondendo un senso di colpa permanente dato fin dalla nascita tramite il peccato originale, ha diffuso e ci ha tramandato in eredità l'errata speranza di un futuro di illimitata felicità dopo la nostra vita terrena. Tutto questo sarà realizzabile rimanendo fedeli all'unica interpretazione divina dettata da Dio, che ci pone la condizione oggi difficilmente realizzabile e in contrasto con i principi scientifici riconosciuti, secondo cui la conoscenza al di fuori dei suoi insegnamenti tramandati attraverso le sacre scritture è pura illusione e dolore.

Ècco nato il mito della felicità secondo la persuasione biblica e con esso il concetto più valido delle nostre radici culturali. In contrapposizione ai miti contemporanei orientati all'eccesso di desiderio e alle esigenze individuali.

Attraverso il crepuscolo degli idoli del passato, in genere avvenuta su ogni parte del globo, travestita sotto il manto della tecnologia e trasfigurata per opera della morale, le persone pur con le loro differenze culturali e di livello sociale ambiscono alla felicità (parolona) rivendicando individualmente il proprio diritto all'affermazione di sé anche a scapito degli altri.


Diversi popoli, attraverso le gesta di dei ed eroi, come personificazione dei fenomeni naturali, hanno tentato di spiegare i tanti misteri della natura. Ogni popolo si è infatti adoperato nel narrare una propria mitologia. Vedi Olimpo dei Greci, al Pantheon dei Romani, ora alla Corte di Odino o ai totem indo-americani, ora ai feticci dei negri-africani o alla teocrazia dei Messicani ed Aztechi e tanti altri ancora.

Come sia mutata la credenza dopo il cristianesimo o le atre religioni monoteistiche, fino ad'arrivare all'epoca moderna dove la scienza e il progresso hanno cancellato nell'immaginario collettivo secoli se non migliaia di tradizione.

Ma non tutto è scomparso o svanito senza lasciare traccia. Sopratutto nell'ottocento con il fenomeno letterario, i cui elementi dominanti sono il mito e la fiaba. Dalla letteratura il fenomeno si è presto esteso agli altri mass media, anzitutto il cinema, quindi i fumetti, i libri, la televisione, la radio, i giochi di ruolo ed i videogiochi. Oggi grazie alle tecnologie sempre più avanzate questo genere di prodotto raccoglie sempre più successo tramite il cinema di genere fantascientifico e i videogiochi veri dominatori e oggetti del desiderio per milioni di giovani in tutto il mondo. Oggi l'industria dello svago fa tesoro di gran parte della mitologia del passato, vendendo un prodotto mai logoro perchè la fonte è inesauribile. Peccato che conosciamo la storia e il nostro passato tramite l'industria dello svago e non tramite esperienze di studio personali.





Pensiero mitologico 02/08
Ritornando al tema della mitologia se oggi se ne parla intendiamo qualcosa di inventato cioè non vero. Pur contenendo dei motivi fiabeschi come si trovano nei racconti popolari, il mito ha un valore che va al di là della semplice storia. È espressione di cultura e memorie di tradizioni passate. Inoltre il mito come veniva inteso nel passato come rappresentazione delle forze in natura e dei nostri sentimenti. Questi sentimenti spesso occultati dalle religioni e dai tabù, trovavano nella mitologia
quella dimensione di esprimere spesso in forma più veritiera tutte le emozioni ricorrenti nell'esistenza umana. Venivano così descritte tragedie e destini di interi popoli. Se oggi si parla di destino, questo oscuro oggetto che sembra appartenere al passato, e indaghiamo un pò a fondo, scopriremo che è tutt'altro svanito dai nostri cuori. Non dimentichiamo che oggi una grande parte delle persone fa affidamento all'influsso degli astri, della cartomanzia e in genere al misticismo truffaldino che ci svuota le tasche con il nostro consenso, per non parlare delle numerose sette in espansione.

Crediamo nella forza onnipotente di un dio che ha creato ogni cosa, e leggiamo gli oroscopi o ci mettiamo nelle mani di guaritori misteriosi che promettono l'eden in terra. Ma appena la nostra vita o salute incontra uno squilibrio serio ci mettiamo nelle mani dei medici o psichiatri. Miei fedeli non credete in coloro che prometto una vita ultraterrena. Il nostro destino non è tra le stelle ma su questo piante! Non essendo io nella caverna descritta da Platone con il suo mito della caverna

http://www.pluchinik.ch/dmz/Philosophy/Philosophy_text.htm#lapropriarealta

, e non essendo del tutto libero dai condizionamenti ambientali, devo sempre aggiornare il mio credo personale tramite la lettura di altre esperienze, la conoscenza di nuove situazioni e persone, e il mettere ogni giorno in dubbio le mie certezze. Pensare mitologicamente oltre ad'essere divertente e istruttivo ci spiega del perchè oggi siamo diventati quello che siamo, tramite racconti "mitologizzati" del passato. Il mito racconta una storia sacra. Riferisce un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il tempo favoloso delle origini. Di solito i suoi protagonisti sono dei ed eroi come protagonisti delle origini del mondo in un contesto sacrale.
Nell'antichità i rituali legati alle feste pubbliche venivano fissati in opere di pittura o di scultura (spesso sulle pareti di templi o case) oppure su vasi, sigilli, tazze, cofani, scudi, tappezzerie, acquistando nel tempo lo status di miti.

Come tradizione che doveva garantire la fertilità della terra o la prosperità dei regni, i miti divennero istituzioni religiose fondamentali. Il loro contenuto era condiviso e ritenuto importante da tutti. Questo ruolo oggi è di proprietà del denaro. I personaggi potevano essere divinità, eroi, antenati, animali o creature mostruose.
Non soddisfacendo un interesse scientifico, il mito esprime, stimola e codifica la credenza. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo.

Addirittura un filosofo neoplatonico scriveva nel IV secolo: "Poiché il mondo stesso lo si può chiamare mito, in quanto corpi e cose vi appaiono, mentre le anime e gli spiriti vi si nascondono."

Guardando le società umane odierne e volendo considerare il mito come ordinatore della realtà, che pur non conosce le leggi che governano la natura, le cause della vita e della morte, del bene e del male, rischia di perdersi, di cadere preda dell'ansia e della paura.

In ultima analisi usare il mito è il bisogno di spiegare la realtà, di superare e risolvere una contraddizione della natura, è spiegazione di un rito, di un atto formale che corrisponde ad esigenze della tribù, è struttura delle credenze di un gruppo. Il mito oggi come citando Gramsci: l'ideologia è una forza che forma “il terreno in cui gli uomini si muovono, acquistano coscienza della loro posizione, lottano, ecc.”. La mia conclusione sul pensare mitologico è che il mito e il senso comune sono ambivalenti: a volte conformati, a volte sono buon senso. Spetta a noi decidere se i miti moderni costruti unicamente da esperti di marketing, allo scopo di vendere siano sono ambivalenti con il nostro senso personale.




La retta solitudine 15/06
Sentirsi soli è diverso che soffrire la solitudine (si dice). Affermare la propria indipendenza assoluta necessità di una buona dose di solitudine onde potere esprimere i propri atteggiamenti e tramite le attività dare così sfogo alla libertà acquisita. Ma la tanto decantata indipendenza è purtroppo per coloro che non l'hanno mai conosciuta innata e non gratuita per tutti. Si può al limite scoprirla e farla germogliare tramite il sacrificio di una educazione opprimente o di un ambiente famigliare nevrotico che punta ad'una unione falsa, basata esclusivamente sull'autorità e prepotenza. In seguito con gli anni dopo avere vinto alcune battaglie e subito innumerevoli delusioni, avere letto molti libri o conosciuto diverse realtà si apprende che la vera indipendenza giace nella retta solitudine. Lo stare con se stessi in armonia e serenità, riempiendo quei vuoti e sensi di colpa causati dalle persone infelici, ci dona finalmente l'amico più atteso e fedele. Noi stessi.





Maschere defraudate 08/06
Qual'è il nostro vero volto che esibiamo? La ragione seguita dai modelli da emulare ci spinge verso il raziocinio, alla stabilità e alla buona impressione che dovremmo dare. L'emozione o in genere i sentimenti più profondi propendono nella direzione opposta e qui che nasce il paradosso. Non potendo mostrare interamente sé stesso perché quasi nessuno accetta interamente sé stesso, tutti in maniera più o meno evidente, sviluppiamo delle maschere che sono sia di copertura che di protezione.

Fin da piccoli, siamo chiamati ad intrecciare complicatissimi rapporti tra il nostro io, la famiglia e la società: Costretti a forgiare delle maschere che, se da un lato ci aiutano a relazionarci con il mondo evitando di sentirci troppo spesso “nudi e senza difesa”, dall’altro, soprattutto quando sono troppo rigide e inutili, ci spingono a nascondere ipocritamente un falso Sé. È d'altronde impensabile che noi possiamo essere identici sia nei nostri rapporti intimi sia nell’ambito professionale dove siamo chiamati a mostrare forza, competenza e decisione. Se la fortuna e la nostra audacia in cerca di essa ci ha baciati, l'amore per una donna i figli diventano se ormai la maschera la portiamo costantemente in società, l'unico attimo felice della nostra esistenza in cui ci libereremo della nostra ormai cronica ipocrisia.

Dal punto di vista della psicologia sulle maschere, il primo a rendersi veramente conto di questa particolarita è stato C.G.Jung che, addirittura, colloca la “persona” come una delle istanze del nostro inconscio e la considera l’antagonista dell’ombra, quindi una parte molto importante della nostra psiche. Jung dice che, siccome il mondo ci richiede alcuni comportamenti, noi siamo costretti a conformarci a certe aspettative e quindi la maschera ci permette questo adattamento. Il pericolo – suggerisce Jung - sta nel diventare troppo identici alla “persona” al punto da “identificarsi” con essa e riconoscere solamente quei particolari tratti e non tutto ciò che è estraneo ad essa.

Io aggiungo che riconoscere questo stato di immobilità collettiva nel sapersi liberare dai propri timori, è il primo passo verso un cammino della retta via che porta alla spiritualità. Ovvero la scoperta che oltre alla materia visibile esista un livello spirituale di esistenza, dal quale la materia tragga vita, intelligenza o almeno lo scopo di esistere. Osservando il desiderio crescente di conoscere se stessi, occorre osservarlo come parte di noi stessi e non al di fuori.

Io sono desiderio, sono l'energia e linfa vitale che conservando me stesso integro e protetto da ogni menzogna esterna, ritrovo in questa introspezione tutto ciò di cui necessito. Io vedo oltrepassando i desideri effimeri di questo mondo la bellezza, la profondità, la grandezza e l’energia, il tempo, la passione per studiare, per educare me stesso a capire di cosa si tratta. Se ci mancano l’amore, la compassione e la loro intelligenza, allora la meditazione su questa scoperta di noi stessi avrà ben poco significato.

Nel nostro profumo di saggezza interiore, quello che è eterno non potrà mai essere trovato. Per questo è tanto importante mettere completamente in ordine la nostra casa, non solo la casa in la in cui abitiamo, ma la casa della nostra vita e del nostro essere fatto di mondi esterni ma sopratutto interni.

Defraudiamola questa maschera, chiedendoci per quale ragione non mostrarsi così come si è? Il pegno da pagare nel vivere se stessi è di una continua ricerca di sé stesso efficace, e di non accontentarsi di volta in volta di una maschera utile all'occorrenza. Così mi parlò un giorno la mia ombra e credendo di essere cresciuto, ho seguito il cammino senza ritorno della spiritualità e dell'amore della conoscenza.

 

Pesanti le sconfitte subìte, maestose le vittorie da esse ricavate! Potranno mai intendere gli ignobili e grezzi di mente le mie maschere defraudate?




La schiavitù tecnologica 28/01
Oggi viviamo in un’epoca in cui la nuova utopia è costituita dalla credenza di poter finalmente disporre di un libero e totale accesso all’informazione. Dai diversi congegni per l'ascolto musicale, telefonico e virtuale accediamo con un breve tocco dello schermo ad'ogni tipo di informazione. Dai viaggi alle enciclopedie a network sociali la scelta non manca. L'Homo tecnologico tende sempre più alla dipendenza, liberando, così crede, la mente da compiti monotoni per disporre sempre più di tempo libero. Non potendosi liberare dagli stessi mezzi che avrebbero dovuto regalare più libertà, il paradosso è confezionato e trova, tramite questa utopia, la sua rappresentazione pratica nell’intricato groviglio di reti su scala planetaria. Esse integrano e avvolgono ogni giorno di più le nostre attività quotidiane. Una delle idee forse più diffuse è che Internet rappresenti l’enciclopedia delle enciclopedie. Questo strumento ideale che potrà finalmente permetterci di cercare e trovare con facilità tutto quanto ci può servire all’interno dell’insieme della conoscenza prodotta dall’umanità. Non essendo però l’Enciclopedia un semplice ammasso di informazioni gestite da un unico protocollo tecnico, ma una serie di competenze comuni, di meccanismi di regolazione del senso socialmente accettati. A differenza dei motori di ricerca nella rete le enciclopedie tradizionali formano un’entità capace di interpretare e gestire il proprio contenuto trasformandolo e rielaborandolo. I suoi contenuti possono col tempo essere considerati superflui, sorpassati e possono quindi essere rimossi, permettendo in tal modo un monopolio delle idee, e la diffusione di false credenze, utopie e dati utili alla ricerca scientifica. Internet, e tutti i sui derivati tecnologici venduti per fare trend, al contrario, nella sua struttura originaria non è altro che la rappresentazione tecnologica di questo personaggio di fantasia: tutto può essere pubblicato e tutto viene registrato, grazie alle crescenti capacità tecnologiche, senza per questo che vengano forniti agli utenti gli strumenti necessari a filtrare l’informazione prodotta, a sbarazzarsi del superfluo. In questo panorama virtuale i motori di ricerca assumono oggi il ruolo di principale mediatore informazionale, di strumento chiave per la gestione del sapere e svolgono questa funzione in maniera molto più completa di ogni altro attore passato. Essi sono inoltre caratterizzati da un’ulteriore costrizione: in quanto nascono come aziende private che agiscono all’interno di un’ottica mirante alla creazione di profitto . Questo ruolo fornisce loro un potere enorme che noi subiamo anzi sfruttiamo felicemente senza esserne coscienti.Un punto di maggiore vulnerabilita per l’utente medio è costituito dal fatto che registrando i suoi dati nei vari portali, fornisce un insieme di informazioni personali che verranno poi sfruttate a scopi commerciali. I nostri dati che noi crediamo confidenziali sono a disposizione delle aziende che ben sanno come sfruttarle, vendere e orientarsi su quali prodotti porre più attenzione. Avranno così un profilo esatto delle nostre abitudini.

Potrà sembrare paradossale, ma lo spazio ed i servizi gratuiti che vengono offerti agli utenti, sono in realtà quotidianamente ripagati tramite la vendita delle proprie informazioni personali, siano esse contenute nei messaggi di posta elettronica conservate sui server aziendali, siano esse costituite dai testi digitati durante le sessioni di ricerca, fino alle informazioni lette o alle mappe consultate. La tanto decantata gratuità insomma non è realmente tale, ma è costituita dalla vendita dei nostri dati, ai vari gestori di motori di ricerca come a molte altre aziende tecnologiche. Nei fatti le grandi aziende tecnologiche attualmente presenti sul mercato, rappresentano un’inedita concentrazione di potere senza per questo essere sottoposte ad alcuna restrizione che le obblighi alla trasparenza. Da un lato l’utente perde il controllo di una parte dei dati sensibili che lo riguardano, inserito all’interno di un nuovo modello economico che privatizza e riutilizza il privato degli utenti al fine di creare ulteriore profitto per l’azienda. Dall’altro lato le nuove tecnologie della ricerca digitale impongono una situazione di monopolio ristretto che riduce il numero degli attori che possono fornire lo stesso servizio e li rende, al tempo stesso, facili prede delle autorità statali e poliziesche che possono utilizzarli al fine di controllare in maniera permanente i comportamenti della propria popolazione.

In tutto questo scenario di analfabetismo informatico da parte nostra, pur utlizzando i vari strumenti tecnologici che ci danno (così crediamo) rispettabilità e uno stato di benessere, il potere economico e quello informazionale cresce sempre più, costringendoci a domandarci se una democrazia classica sia davvero praticabile (auspicabile)
nell’era globale?

Si tratta di una serie di interrogativi che ritengo sia lecito ed importante porsi di fronte all’attuale inadeguatezza delle strutture organizzative che deriviamo dal nostro passato. Questo significa che siamo noi stessi ad educare, tramite le nostre abitudine che dall'altro lato utilizza le nostre informazioni. La soluzione è semplice e alla portata di tutti. Mantenere l'anonimato in ogni situazione, non registrandoci in nessun sito, eliminando ogni carta di credito e facendo uso il meno possibile del cellulare. Incontrando fisicamente le persone a noi care, instaurando dei rapporti autentici ed'esprimendo anche le nostre più intime fantasie o fobie a delle persone di fiducia e rispettose di noi.

La mondanita ed'esplosione dei network sociali richiede da parte nostra di affrontarle sul nascere e riconoscere e combattere più facilmente quelle nuove forme di sudditanza che possono divenire schiavistiche e possono nascere oggi anche dalla gestione informatizzata dell’informazione e delle strutture economiche.

Il loro essere estremamente difficile da identificare utilizzando la terminologia derivata dalle classiche analisi politiche e giuridiche non può costituire, nel caso specifico, che un invito ad approfondire ulteriormente la riflessione. Lo stesso discorso lo riporterei anche sulle offerte così allettanti e ingannevoli della televisione a pagamento e della telefonia. Lo sport in particolare ne è la vittima sacrificale. Di fatto con il pretesto del digitale costringono l'utente da anni abituato alla visione di certe trasmissioni a lui care, ad'affrontare delle spese per potere assitere a degli eventi che in passato erano unicamente finanziati dal canone. È aumentato si l'offerta e possiamo vedere ad'ogni ora degli eventi sportivi, ma d'avvero abbiamo la necessità di 100 e oltre canali? Perchè per esempio una decina di anni fà nella nostra piccola Svizzera si ricevevano 2 o 3 tre canali dall'Italia, mentre adesso "la pacchia" è finita, e siamo costretti a pagare tramite il digitale un supplemento mensile? Certamente penseranno molti, oggi abbiamo dei televisori sottilissimi con una qualità di ricezione impensabile fino a qualche anno fà, abbiamo la possibilità di registrare su dei dischi fissi centinaia di film scaricandoli illegalmente da internet, possiamo alla barba delle varie tv a pagamento tramite dei decodificatori illegali scaricarci i codici di accesso e con orgoglio parlarne e far si che si diffonda questa nostra brillante trovata. Mentre dall'altro lato chi progetta e si arricchisce se la ride escogitando la prossima barriera tecnologica, che ci costringerà a delle nuove spese (sempre vantaggiose) perchè illegali. Possiamo giocare online con altri utenti rinchiusi soli come noi davanti al computer, possiamo riservare un volo, comprare dei biglietti per qualsiasi evento, fare degli acquisti ecc.. Ma tutto questo tempo "libero" che un tempo impiegavamo per svolgere molte faccende oggi risolvibile dalla rete, come lo impiegamo? Per finire un'esempio che nei prossimi mesi per le elezioni regionali italiane è palese. Per partiti, partitini e candidati è il momento di agire. La campagna elettorale è già in corso anche nella nostra realtà svizzera. Chi garantirà la trasparenza delle informazioni che i vari giornali, telegiornali divulgheranno per convincere noi elettori? Da un lato coalizioni di veline velone e puttanieri, e dall'altro le stesse facce da decenni con le promesse mai mantenute. Come non servirsi anche in questo caso delle tecnologie dilaganti per assicurare ai politici quelle poltrone così ambite. Essendo noi per niente informati nè interessati ai fatti di ciò che dovrebbe cambiare la politica nelle nostre vite, perchè troppo distratti e disorientati oltre all'ignoranza che dilaga. Siamo succubi della tecnologia che avrebbe dovuto migliorarci la vita, mentre l'unico organo predisposto al pensiero a nostra insaputa verrà sempre più sostituito come già è avvenuto per il lavoro manuale dalle macchine.

Scriveva Seneca quasi due millenni fà:
"Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire....."




Periodo 2009

Virtù retorica 03/11
Ho capito già da tempo che il mio modo di esprimermi è troppe volte influenzato dal mio interloqutore. È un limite che credo non mi appartenga in esclusiva e per questo vorrei parlarne senza pudore. L'apprendimento difficoltoso della mia seconda lingua (il tedesco) in età scolastica dato dalla mia ostinata riluttanza nel volerla parlare, crearono nel mio inconscio una forma di sudditanza verso tutta quella cultura al tempo nuova per me, e un orgoglio sproporzionato verso l'italianità. In seguito alle difficoltà scolastiche legate unicamente alla comprensione o alle valutazioni degli insegnanti spesso critici, mi chiusi sempre più nella mia italianità a scapito dei risultati scolastici. Tutto cambiò con gli anni e l'accettazione oltre alla maturata comprensione, fecere si che non distinguevo più in quale lingua comunicare. Riusci a distinguermi sul lavoro e l'apprendimento negli studi informatici, oltre alla mia assidua passione per lo studio della conoscenza che variava per diversi interessi.

La mia personalità era ormai immune dai primi ostacoli linguistici, per fare posto ad'una maggiore sicurezza e sopratutto interesse per la lettura e in genere ogni forma di conoscienza. La mia assidua passione per la lettura fu come manna per appagare la mia fame di affermarmi e regalarmi periodi intensi di appagamento interiore. A tal punto che mi proposi di leggere intere opere di alcuni tra i più famosi scrittori e filosofi della storia. Da loro appresi tramite le loro esperienze sull'importanza di indagare per conto proprio e di non dare mai per scontate le verità altrui. Vi era anche un metodo per giungere non tanto alla verità comune ad'altri ma al convincere il più possibimente le persone attraverso la retorica (dal greco rhetoriké téchne, arte del dire). Essa secondo un criterio per il quale ad una proposizione segua una conclusione, si propone di persuadere tramite una tesi per uno specifico uditorio. Questa arte ebbe origine nel mondo ellenico attorno al V secolo a.C., nell'ambito della Sofistica.
Oggi quest'arte di persuadere è da intendersi soprattutto come una forma di suggestione, totalmente avulsa da ogni esigenza di giungere a una conoscenza o un convincimento basati su argomenti razionali e sulla produzione di prove e argomenti a favore. Se poi in quest'arte aggiungiuamo citazioni scientifiche o avvenimenti del passato rafforzeremo il discorso di convincimento. Dipende poi dal grado di conoscenza di chi ascolta la nostra retorica persuasiva. Se essa è di basso livello gli slogan retorici saranno banalmente semplici e privi di grosse argomentazioni. Un'esempio lo abbiamo oggi dallo sforzo e dagli investimenti dell'industria ad ogni livello per la pubbilicità. Sembra che un prodotto venga acquistato in base all'investimento retorico e non al reale bisogno.

Il mio scrivere sulla virtù retorica si riferisce alla pratica di esprimermi meglio che mi consente, di riuscire ad ottenere qualcosa dal parlare. Spesso mi ingegno di allegorie ovvero metafore animate, antifrasi come a una persona che ha fatto qualcosa di davvero stupido dico: Ma come sei intelligente! Parlando poi per "Antonomasia" cioè sostituendo un nome con una qualità per caratterizzare un determinato nome (come l'eroe dei due mondi - Garibaldi) o lo psiconano riferendomi a Berslusconi ecc..
Parlando poi per "Eufemismi" sostituisco parole troppo crude o negative con altre più attenuate allo scopo di essere meno brutali. Vi sarebbe poi l'ironia che è uno dei miei cavalli di battaglia. In definitiva credo che sia sempre saggio usare meno vocaboli possibili dialogando con qualcuno, traendo beneficio dagli strumenti sopra enuciati, usando parole "diverse" da quelle che sarebbero necessarie per esprimere semplicemente un concetto. In Circolo concludo questo scritto dicendo che la virtù retorica si adatta a tutti i casi nella vita in cui attraverso il parlare vogliamo raggiungere uno scopo particolare. Essendo sempre il caso di agire per uno scopo diventiamo tutti più virtuosi e retorici ma per degli scopi benefici sia per se stessi come per il prossimo.




 

Con i piedi per terra 02/07

Essere con i piedi per terra significa giudicare un sentimento profondo come l'amicizia o l'amore una follia. I nostri istinti celebrali sono continuamente all'erta che non via sia mai troppo ardore, generosità, sincerità o lealtà su ciò che proviamo. Appena ci spingiamo oltre dovremmo calcolare il rischio se ne valga la pena e del tornaconto che verrà. Imbruttiti da codeste speculazioni la realtà che a noi appare, è in un perpetuo stato falsato e lottando contro ciò che l'istinto di sopravivenza chiede ma non ottiene siamo in una lotta interiore continua. Più che le mie azioni o reali intenzioni contano i pensieri o propositi che l'altro potrebbe annidare nella sua mente oscura o speculatrice.

Vivendo così nel dubbio e sospetto la reattvità della nostre azioni dilaga e si trasforma in un'apatico vagare verso mete meno rischiose. Pur sapendo che il fiore più raro e bello si trova in cima sulla vetta più alta, le tempeste di moralità e i venti dell'ipocrisia ci adagiano ai piedi della vita da scalare. Troppo i rischi da superare a quelle alture cui non siamo adatti. Accontentandoci dell'apparenza e giudizio altrui, il corpo non sapendo come mentire a dispetto della mente più fragile segue il suo andare fatto di seduzione e richiamo con i suoi segnali di adescamento.

Avere il coraggio di andare sull'orlo di un abisso spaventoso per conoscere la felicità più intensa, che ci colmi di petali amorosi e brillanti fatti di poesie, le più sublime, rende l'esistenza utile ai solo intenditori e temerari.

Tutta la mia seduzione verso l'oggetto del desiderio significa rendermi più fragile, venire meno, rinunciando a poteri o segni di forza. La vulnerabilità è sempre in agguato, e la solitudine incombe. Ma una volta arrivati alla cima e con delicatezza colto l'oggetto del mio desiderio, l'appagamento per brevi istanti sarà totale e in un'ininterrotta pioggia di emozioni mai inesplorate per pochi istanti di vera gioia, mai vissuta sin d'ora la mente si placherà dimenticandosi di esistere e ragionare.

Con i piedi tra le nuvole la sana follia svuotata di buon senso e terreno da riempire, vivrà questa lacerazione dello spirito con il proprio divino in pochi istanti. Li ricordo così i momenti più intensi di amore o felicità nella mia vità. Tutto il resto l'intera infrastruttura creata dalla società inconsciamente con i suoi numerosi castelli di sabbia tende ad'allontanarci sempre più da quei ricordi.

È questo che viene definito dolore e abbandono. Il segreto è saper giocare in questa danza di chiamata delusione, o mancanza di gesti, sguardi e amore. Danzare nel proprio se stessi e assaporare il calice della vita così seducente e mai cosi ebbro da sconsolarmi delle aspettative mai realizzate. La posta in gioco nella seduzione è provocare e deludere il desiderio, la cui unica verità è brillare della sua luce e restare deluso.

Volere trasportare un'altra persona all'interno del nostro universo, nella nostra ragnatela con il vigore e l'audacia dei forti alla quale l'oggetto del desiderio non potrà opporre alcuna resistenza.

Il fatto che il desiderio sia o non sia soddisfatto, non cambia niente. La passione, una volta dichiarata, pretende molto più che la soddisfazione, vuole tutto e soprattutto l'impossibile: l'infinito in un essere finito.

Ciò che brucia in noi e ci fa innamorare è il sapere che stiamo amando e qualcuno ci sta ponendo attenzione, addentrandosi nella nostra intimità più remota svelandoci il nostro vero io ancora inesplorato per essere stati troppo con i piedi per terra.




 

Alienazioni sane 15/06
È un titolo da affrontare con coraggio e senza titubanze. Ma per chi impiego il mio trascorrere? Si traduce in autoriflessione o se preferiamo esplorazione del proprio trasparire. Più il pozzo è profondo e più impiega il sasso a giungere al fondo, così questo mio scritto non giungera al fondo in quanto si è posto ben altri fini. O quale degna definizione dare a questa mia riesumazione dei pensieri? Sarebbe altrettanto gradevole come in amore nel quale l’avida brama tra due persone e seguendo il cieco verso naturale si trasforma in un nuovo, impetuoso desiderio di conoscere l'altro.

Vado in cerca di amicizia, di approvazione o di autocompiacimento?

La mia gaia visione sulla vita è segnata dalle mie capacità trasformiste di adattamento, senza fini veri o apparenti. Spesso le decisioni importanti colte dalla brama di troppa ragionevolezza, lasciarono in me più dubbi che evidenze. Ripeto il mio antico malessere o vizio di ricamare all'infinito, in stile Socratico ogni tema che attiri la mia attenzione.
L'importanza di trattare l'argomento, di usare la giusta dialettica e l'arte di convincimento da esercitare, prevale sul risultato finale di giudizio. Dovrei assistere con più responsabilità il paziente che alberga nella mia geniale stoltezza. La rinuncia di concludere un ciclo di vita fatta di amicizie sbagliate, attività insane e falsi pregiudizi è urgente e improrogabile. In questa palestra chiamata vita questa ginnastica mentale chiamata riflessione, è indispensabile, se si vuole continuare a sentirsi, con gioia, padroni di se stessi.

Sono forse prerogative di residui giovanili queste mie profondità, all'inverso della chiarezza o saggezza acquisita con l'età? Sono un buon imitatore di profondità intellettiva direbbe lo stolto che risiede in me!

Questo inizio sulla profondità rischia di perdersi a inizio cammino, decifrando il mio andamento mentale, estraendolo direttamente dal pensiero nato adesso stesso. Come non maltrattare chi mi legge con dubbi sulla mia integrità e chiarezza, oltre la capacità nell'affrontare simile argomento? Desidero scrollarmi di dosso le catene con cui la vita abitualmente mi avvince.

Il mio scopo più sublime non attinge alla ricchezza e questo si era capito in partenza, la noia attanaglia gli impazienti nel capire a quali profondità ci siamo già mossi.

Se mi dicessi che mi propongo come unico scopo una conoscenza sempre più profonda del vero, dovrei saper rinunciare senza rimpianto, di buon grado, a molte delle cose che per gli altri hanno valore! Quanta zavorra dovrei liberare per volteggiare libero e redento da ogni paura al di sopra di uomini, morali, regole e una sconfinata marea di luoghi comuni!

-segue-




 

Le passioni bistrattate 03/06
Parlo di due eccessi, rappresentati, l'uno , dal vivere le proprie passioni senza limite e alcuna forma di disciplinamento tramite morali o pubbliche ottusita. L'altro eccesso, dall'opporre invece alle passioni una resistenza assoluta. Togliendo loro ogni possibilità di soddisfacimento. Mancando di vera personalità l'individuo aliena dapprima le sue emozioni e poi le proprie esigenze innate. È un governare privo di controllo il primo, e un governare di specie tirannica delle passioni che alle passioni nega ogni libertà il secondo. Dovendo argomentare con coerenza e precisione queste mi affermazioni, queste due modi di vivere le passioni in forme diverse e opposte io le vedrei di una stessa debolezza, di una stessa malattia. Questa armoniosa simmetria di contrasti dovrebbe portare ad'una terza via di accettazione senza remore e l'abbandono completo al flusso della vita. Prendendo come esempio il dio greco Dionisio il quale impersonava, in età classica, il delirio mistico e l'ebbrezza. In questa immagine mitologica dell'impulso vitale, della creatività, del desiderio colto nel suo aspetto più produttivo e pre-razionale, io colgo la forma passionale più verace. Come un buon viandante che nel suo andar vagando incontra diversi modi di interpretazione della vita, e sempre nuove forme di verità, egli sarà cosciente esclusivamente alla fine del suo viaggio che nessuna delle mete prefisse dalla sua iniziativa avranno soddisfacimento. In nome del dio denaro commercializzano le più svariate teorie prestate da antiche saviezze, come la danza cosmica che consente uno scambio di energia fra gli esseri umani e il Cosmo. Il Kama Sutra che al di là dell'interpretazione occidentale a sfondo erotico, è in gran parte una guida su come essere un buon cittadino e parla delle relazioni fra uomini e donne. Varie sezioni scisse dal cristianesimo che interpretano a modo loro la parola di Cristo. Le più bizzarre scuole di lucro per il benessere psicofisico e spirituale, come la naturopatia, l'intuizione sciamanica, la preghiera e innumerevoli pratiche spirituali. Tutto questa industria dello spirito si alimenta della debolezza umana. La debolezza, la malattia consistono nelle circostanze per cui seguono, si assecondano per forza gli stimoli che si ricevono. E che dire della celebre frase di Thomas Mann: La malattia è degna di venerazione perché serve ad affinare l'uomo e renderlo intelligente ed eccezionale. Come orientarsi in questo bosco di idee, proposte di ogni genere per non cadere nel materialismo/consumismo a cui ormai il gregge fedele segue i propri pastori? Sarebbe triste vivere in perenne stato di dire no alle proprie passioni, confondendosi con le medicine sopra descritte. Vi è poi la passione per un'altro essere, che significa essere travolti da un intenso coinvolgimento emotivo e sensoriale. Avviene una liberazione del proprio sentire nei confronti dell’altro. Non essendo un modo traumatico di subire gli eventi, bensì collaborativo fra sentimenti e ragione. L'istinto in parte domina gli eventi ma come un fluire del fiume delle sensazioni e delle emozioni, che si insinuano e occupano ogni più piccolo spazio della mente e del corpo, che annullano le singole identità, al fine di creare, nella fusione dei corpi un'unica persona magica. La passione non può essere paragonata all’innamoramento, è qualcosa di diverso, è una esigenza di donare intense sensazioni ed emozioni. Ma vigila fedele la diffidenza che oltre ad'esprimersi anche con l’atteggiamento del corpo, con una rigidità muscolare che sembra mantenere una corazza che nasconde l’emozione. Se uno sconosciuto mostra un interesse verso di me (penso), attivo immediatamente una barriera emotiva e spesso anche corporea, che argini la propria eccitazione vissuta come pericolosa. Anestetizzando con ogni mezzo, compresa la fuga o l’allontanamento. Il paradosso è che la cosa più desiderata è anche quella che spaventa. Prevale l'insoddisfazione e senso di vuoto. La domanda finale che dovremmo porgerci è: chi mi riscalda, e mi amerà ancora? Chiedo mani ardenti o bracieri per il mio cuore niente di più! Essere felici può fare paura perché significa diventare protagonisti della propria vita.




 

In cerca dell'oro 16/03
È fondamentale concedersi ad ogni cambio di stagione alcune escursioni dello spirito. Le altre più a portata di mano fatte di gite all'aria aperta con amici sono ugualmente importanti, anche se meno decisive al proprio benessere interiore. Quale compagno di lettura scegliere e in quali luoghi immergersi in simbiosi con la natura? Assaporando il bene più grande non commerciabile ovvero il tempo. Libero da impegni e congegni tecnologici finalmente posso volare con la fantasia spesso repressa dal quotidiano. Un lumicino sempre veglia durante la giornata affinché questi momenti rubati allo stress moderno possano esaudirsi. Ho molti compagni di viaggio che mi danno ispirazioni forti e sublimi. È dentro il mio più intimo pensiero che trovo tutto il necessario per alimentare un senso di benessere totale. È una libertà disponibile a tutti che alberga in noi, ma pochi ne fanno uso. Spesso confondiamo il tempo con una ossessiva ricerca di guadagno, di attivarsi, impegnarsi e senza tregua non ci fermiamo più fino al crollo a tarda sera. Ma ci sentiamo soddisfatti del prodotto generato in forma di azioni esterne, occultando le richieste personali di intimità che noi stessi necessitiamo. Pensando alla ricerca dell'oro che oggi chiamiamo "neoliberalismo" fingiamo di non vedere la grande ipocrisia regnante. Ma in fondo ci interessa poco dato che riguarda gli altri. Si finge che ci sia una giustizia di scambio che in realtà non c`è, che esista un governo del mondo che non c`è. Coloro che noi offriamo la nostra fiducia tramite lo strumento democratico, controllano i programmi e le reti, mentre il resto del mondo la stragrande maggioranza non ha mai fatto una telefonata. Questa tanto propagandata rivoluzione tecnologica in realtà, anche se si vanta di usare la parola "privacy" ci spia e scheda per tracciare tramite delle statistiche le strategie migliori per produrre sempre di più seguendo ovviamente il nostro gusto. Io credo che questa globalita dia libertà solo ai più forti e non è riuscita a superare anzi ha peggiorato i rischi che l'umanità si porta dietro, come l'ecologia, il nucleare, il problema sanitario e alimentare che 3/4 dell'umanità subisce. È la mia ricerca dell'oro che non subisce quella dell'economia, ma l'unica e irripetibile formata dal mio volere, che non si sazia mai di conoscenza vera. La nostra cultura, la nostra identità e tradizioni spazzate via dalla globalita? Siamo membri ognuno della propria comunità e venderla per assimilarci al resto del mondo è segno di debolezza intellettuale.




 

Periodo 2008

Dire e non pensare 01/11
Quante volte parliamo prima di pensare ciò che enunciamo? Ciò dipende sia da noi ovviamente ma da altri fattori non così facilmente riconoscibili. Sono interessato veramente all'argomento e chi sono i miei interlocutori che ho davanti? Leggo sporadicamente e in modo superficiale o sono un lettore abituale e se lo sono quali sono le letture a cui pongo interesse? Amo la riflessione, credo nella spiritualità sono religioso e credo seriamente nella razionalita oppure dedico il mio tempo quasi esclusivamente in attività materiali come l'accumulare denaro o sognando di possedere sempre più beni? L'elenco è lungo di tutte le possibili varianti della personalità di chi parla e lo è anche chi ascolta. Infatti l'interpretazione varia seguendo anch'essa innumerevoli e possibili risultati. Il mio intento è di spiegare il perchè parliamo spesso senza pensare e non di scrivere senza dire nulla di valido. Anzi ingarbugliando troppo il discorso chi legge molla tutto per mancanza di comprensione dato che ancora non ho detto niente di comprensibile. Infatti si può scrivere senza dire niente e rinunciare allo scrivere dicendo molte cose interessanti. La scrittura non è l'apice della cultura bensì una limitatezza del non espresso. Sono i silenzi direbbe il filosofo i momenti più importanti in cui vengono espresse tramite altri linguaggi il nostro reale pensiero. Così oserei dire sia la scrittura quanto il parlare essendo limitati sia nella mancanza di vocaboli appropriati come anche alla ricezione, spesso non corrispondono alla verità che vorremmo trasmettere. Ben più indicativi sono il linguaggio dei sensi che uniti al corpo esprimono lo stato d'animo e l'interiore offuscato dall'involucro che ci protegge chiamato corpo. In altre parole spero semplici, tutta la mia scrittura degli ultimi sei anni pubblicata e da pochi interessati letta non descrivono realmente il mio pensiero e tanto meno la mia natura. Sono solo strumenti concluderei dicendo, e utensili come il parlare alla ricerca di approvazione, comprensione e in fine ultimo comunicazione con altri spiriti simili. La ricerca fino ad'oggi è stata a parte qualche eccezione invana e deludente. Sono stato ignorato, criticato o in segreto approvato ma non corrisposto come avrei desiderato. Muovendomi in campi sconosciuti e non sufficientemente compresi il mio compito di divulgazione sulla mia "filosofia" sarebbe al capolinea? Assolutamente no!!! Anzi nel mio profondo mi sento incompiuto per non avere trovato niente di originale o che non sia stato mai detto prima. Mettendomi alla pari con i mostri sacri del pensiero avrei peccato di superbia e irresponsabile sfrontatezza, finendo in un labirinto di pensieri che o risultavano ripetitivi o venivano influenzati dalle mancate pubblicazione su di un giornale locale per italiani immigrati in Svizzera. Non è stato un tentativo fallito pur avendo allontanato alcune conoscenze che la pensavano diversamente o non pensavano niente e non capivano cosa volessi comunicare. Il fallimento è tale se dal proprio nasce questo dubbio e in seguito certezza. Se poi il mondo esterno fatto di persone e eventi determinano la mia sorte di scrittore letto o ignorato, dovrei concludere che il fallimento è stato totale. Ma essendo il mio passatempo preferito (la scrittura) un arricchimento costante del mio intelletto sono molto felice dei traguardi raggiunti in questi anni. La mia ombra del dubbio non prevale sulla mia aurea di convinzione che alimenta in ogni istante la mia sete di conoscenza. Se poi la memoria è a volte ingannevole e ingiusta con me, questo dipende dal mio interiore che prevale sempre più sulla mia presunta volontà. Da questo estratto centellinato del mio pensiero mio congedo ringraziando la mia indole e capacità di avvicinarmi il più possibile alla verità sul mio pensiero che dire non sò.





Libertà di conoscenza 07/09
Ho avuto il privilegio di una lettura di Immanuel Kant sul tema dell'educazione. Nel suo idealismo critico egli elogiava la propria indipendenza e autonomia da chiunque e da qualsiasi istituzione, attraverso l'educazione del proprio intelletto. Il nucleo centrale della filosofia di Kant è l'affermazione che: " il contenuto della conoscenza umana non può corrispondere alle cose come sono in se stesse. Il contenuto della coscienza non permette di conoscere le cose in modo che corrispondano alla realtà, poiché la coscienza opera sulla realtà un processo di mediazione e tale mediazione impedisce necessariamente l'accesso alla fonte autentica della realtà".

Immanuel Kant (1724-1804)La mente, in sostanza, opera sulla realtà in sé una serie di interpretazioni secondo le proprie caratteristiche, una serie di interpretazioni che si pongono nel momento stesso in cui ci si accinge a pensare. Tali interpretazioni impediscono di fatto di attingere alla reale conoscenza della realtà. Dunque il sapere rende liberi non tanto come processo di dominio sulle cose del mondo e sulle persone, ma sulla propria educazione e dei sui limiti. In quanto come dice il filosofo da altre considerazioni non qui riportate, il nostro indagare nel corso dei secoli tramite la scienza sulla natura non ha fatto altro che porre dei valori a noi congeniali e accettabili che permettessero di stabilire un "nostro" ordine delle cose. In sostanza sia il tempo come lo spazio cui noi abbiamo etichettato delle unita, altro non sono che dei concetti nostri che poco hanno in comune con i soggetti in sè. La modernità ha avuto inizio attraverso anche questo grande pensatore e filosofo, che diede il giusto peso al ragionamento razionale e non più vincolato dai dogmi della religione per esempio, o delle tradizioni tramandate nei secoli. Vi era la necessità di voltare pagina per accogliere il nuovo che avanzava, e occorrevano delle guide spirituali e morali che indicassero il nuovo corso. Non tutto filò così liscio, e non tutti gli insegnamenti dei grandi pensatori vengono metabolizzati nel verso giusto o inteso all'origine. Quando Kant parla di una propria indipendenza egli intende un nostro sforzo personale di indagine e riflessione non tanto a livello scientifico, bensì di un individuale progetto di analisi sul mondo. A partire dalle cose che ci circondano, le persone e la società. Tutto questo implica una spinta interiore accompagnata oltre che dalla lettura e al viaggiare conoscendo luoghi e personaggi diversi, anche ad una vera e passionevole curiosità per il nuovo. Infatti solo lasciando alle spalle il già vissuto (dopo averne fatto tesoro), possiamo aprire la mente a nuovi orizzonti e idee.

Come in altre epoche passate ogni progresso sia scientifico che sociale hanno un giudizio sia morale, economico oltre che estetico e artistico. Quale di questi giudizi debba prevalere nel cosiddetto progresso è soggettivo e incline al pregiudizio. Ciò che è appurato come risultato globale di un giudizio inteso come equo, è un regresso di altre componenti che formano l'epoca interessata. Come esempio plausibile alla comprensione del mio discorso, la nostra attuale società moderna è molto progredita per quanto riguarda i beni di consumo, la sicurezza sociale, la medicina e lo sviluppo tecnologico. Allo stesso tempo vi è stato un evidente regresso nei rapporti sociali. Il prossimo ci è sempre più estraneo e spesso anche il rapporto famigliare mostra le sue crepe. Ciò significa che siamo guidati dai valori morali imposti dal progresso. Un tempo era compito della chiesa indicare l'etica da seguire, e oltre al timore di Dio e i vari dogmi che modellavano l'intera società il singolo era chiuso nella sua ignoranza e limitata azione di agire. Oggi che vi sarebbero tutti gli strumenti per rendere più libera dai legami arcaici, le nuove divinità sostituendo quelle del passato impongono di nuovi significati la vita. L'importante in questo gioco della vita è, il superamento di ogni istituzione organizzata a lavarci il cervello con mete che hanno al centro l'avere e il possesso. Ogni cosa conquistata nel mondo materiale è destinata a soccombere da nuove mete sempre più esigenti. L'unica vera libertà che nessuno e sottolineo nessuno, potrà mai sottrarci è la propria conoscenza tramite lo studio e l'esperienza. A patto che siamo in grado di fare fruttare al meglio il raccolto seminato in tanti anni di viaggi nella propria ricerca interiore.





Il fascismo tecnocratico 04/08
Ha avuto inizio a partire dal Rinascimento con le diverse "scienze" in fermento dopo secoli di cupidigia segnato unicamente dal nucleo spirituale del mondo tardo-medioevale. Per il resto in quel periodo medioevale che ebbe il suo tramonto a partire dalle colonizzazioni di nuove terre e culture, rimangono ben pochi ricordi validi da definire come positivi. Studiando invece a fondo quel periodo e superando i luoghi comuni sul medioevo molti semi conoscitivi di uomini coraggiosi vennero piantati. Solo nell'epoca successiva però avrebbe avuto inizio il raccolto in termini di scoperte e mutamenti sociali e culturali che hanno inesorabilmente tracciato un solco inarrestabile che diede luce alla nostra epoca moderna.

Senza entrare in dispute storiche o scientifiche che non mi competono, mi preme descrivere il cambiamento sociale e individuale che a partire dal XVII secolo ha mutato radicalmente sia il nostro stile di vita, il modo di pensare come del lento ma inesorabile degrado delle nostre volontà sempre più confuse e indecise sul proprio esito da compiere. Dopo secoli di dominio dei valori morali dettati dalla chiesa che avendo oscurato sia il nostro giudizio critico come anche occultato e frenato lo sviluppo della conoscenza, finalmente molte oppressioni seppure seguite da feroci lotte di contrasto vennero abolite o perlomeno alleviate. Uno degli eventi storici per antonomasiaè senz'altro la rivoluzione francese. Essa segna il limite tra l'età moderna e l'età contemporanea nella storiografia francese ed'Europea. Una delle innovazioni fu l'abolizione della monarchia assoluta e la proclamazione della repubblica, con l'eliminazione delle basi economiche e sociali dell'Ancien régime. La rivoluzione francese e quella americana ispirarono le rivoluzioni a connotazione borghese che seguirono nel XIX secolo. Nel parlare comune, i termini borghesia e proletariato si riferiscono più in generale ai concetti di ricco e povero e non, più specificamente, a possessore o non possessore di mezzi di produzione. Oggi questi due termini potrebbero venire sostituiti dai termini "capitalista" e "consumatore". Io da spirito libero quale mi ritengo, non accettando nessuna forma di abuso e oppressione, digerisco male queste definizioni. Le ritengo limitative, fittizie e manipolatrici da parte di chi detiene il potere. Per definire meglio il risultato di oltre due secoli di modernizzazione materiale e conoscitiva che ha significato principalmente uno stato di benessere generale, per gli entusiasmi per i progressi tecnico-scientifici e le teorie evoluzionistiche di Charles Darwin, sbocciando ed identificandosi compiutamente nel '900, anche sotto il profilo terminologico, in quella tecnocrazia che si è candidata verso la fine del secondo millennio ed è tuttora candidata come migliore o più funzionale forma di governo.



Alla base di tale candidatura, i tecnocrati pongono le considerazioni sviluppate partendo dal presupposto che ciascun uomo punti all'innalzamento ed al miglioramento del proprio tenore di vita. Ben presto seppure ignorato dalle masse, il nuovo potere essendo del tutto irreligioso e amorale tende ad una società di consumatori e basta. l'effettiva nuova e definitiva rivoluzione neocapitalistica propone in nome dell'edonismo consumistico e della cultura di massa (vengono così distrutti i valori popolari e umanistici); quindi in politica e in economia, il nuovo fascismo tecnocratico. Come esempio potrei nominare come in molte zone rurali lo sviluppo dell'agriturismo si è sviluppato come cospicuo guadagno, pur avendo le genti perso quasi completamente i valori popolari che animavano quello stile di vita. Sa tutto così di antico e avvizzito che dopo qualche illusorio giorno trascorso in quei luoghi nostalgici, sentiamo l'ineffrenabile desiderio di rientrare nei nostri centri urbani. Lontani dai nostri palmari, cellulari, televisori e computer il mondo ci sembra sempre più irreale.

Come ribellione silenziosa di massa vi sono diverse forme di disubbidienza civile molto in voga in questi ultimi decenni. Dal 68 in poi tramite la musica e i suoi culti mitologici prima i giovani (oggi 50enni) e oggi i nuovi giovani con l'unico mito chiamato "eccesso", la droga diventa fenomeno di massa e Pasolini osservava che chi si droga lo fa per mancanza di cultura, per riempire un vuoto esistenziale, per un generale senso di "paura del futuro". È davvero così? Occupandosi del fenomeno dei "capelloni" ricordo che nei primi tempi in cui comparvero, cioè ancor prima della contestazione del '68, poteva essere un fenomeno tutto sommato positivo, di silenziosa e anarchica protesta contro la società del benessere. In seguito capelloni sono diventati tutti, così che non si distinguono più i veri trasgressori dai comuni agnelli che seguono il greggio.

"Progresso" è secondo il modo di pensare comune da tutti accettato un mondo a misura d'uomo, che rispetti tutti i valori culturali che rendono la vita basata non solo sull'utile ma anche sul bello. "Sviluppo" è invece l'industrializzazione totale del mondo, voluta dai cinici produttori di beni superflui e dagli inconsapevoli, ma non meno trionfanti, consumatori. Il "progresso" resta un ideale astratto, perché tutti quanti vivono esistenzialmente come consumatori. La verità è che noi vediamo ciò che altri occhi o strumenti vogliono farci vedere, convincendoci che siamo noi a decidere e operare le scelte. Ascoltando giornalmente gli stessi martellanti slogan dai vari media, le opinioni politiche uniformate in nome di una democrazia mascherata di fasulli ideali monopolizzata da chi guida i fili delle nostre decisioni, la lotta all'originalità continua senza titubànza con il proprio esempio su di uno stile di vita in prevalenza imposto. È quello spazio inesplorato in qualche parte della mente, impenetrabile alle imbecillità che io chiamo volontà che deve perservarsi. Sempre più il cosidetto Grande Fratello tramite i congegni di controllo (video, telefoni, computer, carte di credito) dai vertici del potere, vigila dall'alto del potere economico, onnisciente e infallibile. Sotto di lui c'è il potere politico, quello esterno e la gran massa dei sudditi.

Ricordo una frase di Fromm, se non mi sbaglio in "Psicanalisi dell'amore". Egli si chiedeva se era più libero il carcerato o il suo guardiano, concludendo che entrambi erano prigionieri di un "meccanismo" che non permette all'uomo di raggiungere il suo vero fine, coltivare la propria umanità. Quello che io temo non sono tanto le tecnologie, bensì la folla. Questa massa di persone omologate, istigate a comando a scatenare gli istinti violenti nel corso delle sessioni appositamente inscenate nelle aziende enormi e spersonalizzate, che si comportano tutte allo stesso modo, che accettano tutte con passiva convinzione l'ideologia imposta dal sistema. E non c'è ribellione, non c'è resistenza: a ribellarsi sono alcuni singoli, smarriti nella marea degli omologati, e per questo condannati sin dall'inizio.

In quest'ottica, credo che l'impoverimento del linguaggio a cui assistiamo attualmente sia preoccupante. Che cosa ne pensate della scomparsa del congiuntivo dalla televisione? Nelle lingue germaniche, il congiuntivo ha un ruolo in cui esprime soprattutto desideri, richieste e scopi. Il mio scopo scrivendo questo breve testo è di "avvelenarvi" un pochino l'anima, e che per questo non posso essere messo da parte senza ragionarci un pochino. La passività con cui la cittadinanza accetta come "verità" qualcosa che sa benissimo non essere vera; e la presenza di un vero e proprio "ministero" dell'informazione che invade il globo con informazioni "fasulle" e taroccate a secondo della direzione che si vuole indicare nel pensiero comune. Contribuendo così alla creazione di un mondo fasullo a cui anche gli stessi membri della classe al potere non possono fare a meno di credere. Non sono le macchine o il progresso i reponsabili di questa decadenza epocale bensì la morte della riflessione personale. Molte ricette di sopravivenza sono state pubblicate da me negli ultimi anni, e per coloro che mi seguono vorrei risparmiare la solita frase del filosofo che soggiorna in me. È già tutto scritto e rimane unicamente una cosa da fare. Agire utilizzando ogni tecnilogia disponibile in base alle nostre reali esigenze, e non dettate dal mercato che fluttua ad ogni battito di ciglia.






Religione Moderna
07/06

Per secoli la società occidentale si è retta su dei pilastri solidi e improntati sulla credenza di una stato-chiesa, che avendo in suo potere sia il controllo come anche le anime dei cittadini/fedeli, non permetteva altra forma di pensiero o soluzione. Con lo sviluppo rinascimentale che aveva come base le scienze umanistiche, in seguito nel corso dei secoli si passò non tanto a violentare la natura, bensì nel trasformarla in accordanza con le sue proprie leggi. Con Martin Lutero venne istituito, nell'Europa settentrionale, una forma patriarcale di cristianesimo la cui base era rappresentata dalla classe media urbana e dai principi secolari. Con la sottomissione all'autorità patriarcale, l'essenza di questo nuovo carattere sociale, fù il lavoro ad'affermarsi come uno dei possibile mezzi per assicurarsi amore e approvazione.

Erich Fromm chiama questa forma religiosa: "religione industriale". Essa ha le sue radici nella struttura caratteriale della società moderna. Essendo in contraddizione con il cristianesimo genuino, questa moderna religione, riduce gli esseri umani a servi dell'economia e del meccanismo che hanno costruito. La sacralita è rappresentata dal lavoro, la proprietà, il profitto e il potere che hanno come perno il timore dell'autorità. Un sicuro pregio pur nei sui limiti generali questa religione li ha e sono l'individualismo e la libertà.

Per ottenere successo bisogna vendere se stessi sul mercato, imponendo la propria personalità. Essere cordiali, forti, aggressivi, attendibili e ambiziosi sono considerate le chiavi per un esito sicuro. Non è però sufficiente avere un bagaglio pieno di tutte le qualità sopra elencate. Bisogna anche essere capaci di vincere nella gara con gli altri ovvero la concorrenza. Cioè tutto dipende da come riusciamo a vendere la nostra personalità, sperimentando noi stessi come una merce. Il pericolo maggiore cui stiamo andando incontro è quello che seguendo questa tendenza, per l' individuo non è più primaria la sua vita e felicità, quanto della sua capacità di risultare vendibile. Assistiamo sempre più ad una mancanza dell 'io a scapito dell 'apparenza e desiderabilita sul mercato del lavoro e sociale.

Questa struttura caratteriale da mercante si riscontra nelle persone prive di mete, che non siano quelle di agire, razionalizzando ogni loro respiro, con scarso interesse per le questioni filosofiche o religiose. Questo nostro io è sempre più collettivo o per usare un termine in voga "globale". In questi tempi di globalizzazione e di globalizzazioni riscontriamo un paradosso: tutto è globale tranne l'uomo. Manca cioè un disegno nuovo, globale, sull'uomo. È venuto a mancare il sè, un nucleo, un sentimento di identità. Come strumenti privi di un sè preoccupati alle partecipazioni aziendali, piuttosto che nel mutuo da pagare o ad'altre enormi burocrazie.

Mi spiego anche la scarsità di lettori che usano la vostra rubrica"scrive chi legge" per porre delle domande, esporre le proprie idee su di un argomento ecc.. Il carattere "mercantile" non conosce nè amore nè odio. Sono emozioni ormai fuori moda non più integrabile per avere successo. Altra prova di questa mia teoria sulla religione moderna è il disinteresse per gli altri e l'ambiente, pericoli inerenti alle catastrofi ecologiche, benchè siamo in possesso di tutte le informazioni e strumenti per cambiare il nostro stile di vita.

Mancando sempre più il legame emozionale con il prossimo e cercando rifugio nelle cose purtroppo fittizie, viene a mancare il succo della passione vera per la vita. Non siamo forse all'altezza delle cose buone che esistono nei nostri animi? In effetti le cose buone ci dispiacciono, quando non ne siamo meritevoli. È così che veniamo attratti dalle bruttezze del mondo piuttosto che all'amore ben più diffuso e meno propagandato dai media attuali. Spetta a noi gente della strada, rimboccarci le maniche e seminare benessere spirituale, tramite le buone azioni, serietà, onestà e generosità sopratutto con lo sconosciuto. In quest’epoca è di moda il "buonismo". Con tale termine s’intende quell’atteggiamento in forza del quale si deve necessariamente essere misericordiosi nei confronti di tutti indistintamente, senza badare all’atteggiamento interiore. Se qualcuno non si uniforma viene tacciato d’essere un cattivo cristiano o un insensibile ai valori umani!

Che fossimo insomma sul punto di diventare dei, superuomini capaci di creare un mondo secondo, servendoci del mondo naturale solamente per edificare gli spazi e i contenuti del mondo nuovo. Ecco cosa ci illude la religione moderna in questa nostra epoca. La trinità costituita da produzione illimitata, assoluta libertà e felicità senza restrizioni, costituisce il nucleo di una nuova religione, quella del Progresso: una nuova Città Terrena del Progresso si sarebbe sostituita alla Città di Dio. Non può sorprendere che questa nuova religione abbia insufflato di tanta energia, vitalità e speranze nei suoi fedeli". "Lo sviluppo del sistema economico in questione non viene condizionato dalla domanda che cosa è bene per l'uomo, bensì dalla domanda che cosa è bene per lo sviluppo del sistema".

Un aforsimo del filosofo da me più amato enuncia la seguente verità: "Quelli che creano e quelli che consumano. Ogni consumatore crede che l'albero sia dipeso dal frutto, mentre esso è dipeso dal seme. In ciò sta la differenza fra tutti quelli che creano e tutti quelli che consumano." È l'eterna vitalità che conta coltivare, anzichè l'avidità per la vita!




Pochi ma buoni 22/05
Vigiliamo sulla poca propaganda per questioni in apparenza poco rilevanti come il cambio climatico, la crisi economica, le guerre dimenticate, il dominio del capitale sulle nazioni e altro che a fiumi invadano le nostre case dai media più svariati, sotto forma di notizie o informazioni prive di vere riflessioni. Vigiliamo anche sui molti commenti che imprecano le persone comuni sulle questioni quotidiane, che sono per quanto non si voglia crederlo positive e rassicuranti e piene di speranza. Ascoltando le due voci, quelle comuni dei media e più personali delle persone si nota la differenza di quanto siano distanti le due realtà. Anche se tendenzialmente emuliamo il mondo presentato da personaggi appariscenti e famosi, assorbiamo e a volte imitiamo le vicende più negative o i fatti di tensione, credendo che per sopravvivere essendo il mondo quello presentatoci, dobbiamo diventare tutti sospettosi ed egoisti. Le notizie di amore e pace che fanno anche esse parte della vita hanno meno mercato e attenzione purtroppo. Cosa insegna a noi servitori e schiavi delle apparenze, questa epoca? Unicamente una sola prospettiva valida per elevarsi ad essere coscienti e vivi, che corrisponde all'impegno massimo delle proprie forze nella passione della conoscenza. Non è la bontà dei propri sforzi personali dettati da frivole speranze che il mondo possa mutare, a rafforzare la notra volontà. Tantomeno la durezza di carattere che tramite l'indifferenza regnante partecipa al degrado generale, segnando la nostra epoca come cupa e priva di nuovi slanci culturali. L'arte, la musica e molte attività tipiche dell'uomo rinascimentale oltre alla genialità di molti personaggi di quell'epoca che segnaro un periodo tra i più fertili vissuti dall'umanità, sono in uno stato di decadenza. Non è più l'uomo al centro dello sviluppo ma unicamente la struttura sociale che detta i passi da seguire, le mode da emulare, i pensieri da assorbire e la propria volontà sempre meno protagonista della propria scena. Tutto questo viene spontaneo chiedersi, quale futuro e scenario offrirà alle prossime generazioni? Seguire il progresso personale fatto di introverse riflessioni, prezzi da pagare sotto forma di isolamento intellettuale dato dalla mancanza di dialogo con dei propri simili? L'alternativa è l'assimiliazione a tutto ciò che la produzione di merci e idee propone nel nome del nuovo dio denaro. La perdità in valori faticosamente accumulata nel corso delle varie epoche proposte da personaggi fantastici come esploratori, inventori, uomini di fede e studiosi, ricercatori, compositori, artisti, musicisti, artigiani ed'altri uomini impegnati nella loro arte, sarà irrecuperabile come testimonianza diretta e forse solo i libri o internet o altre nuove forme di ricevitori e accumulatori di dati avranno l'intera sapienza costruita nelle varie epoche. Noi saremo sempre più spettatori o clienti pronti al nuovo acquisto. La mia crociata contro questo destino sarà l'eredità o il mio dono a chi mi ha seguito e conosciuto o letto. Pochi ma buoni disse il filosofo riferendosi ai propri seguaci.


La mia felicità 30/04
Nella vita bisogna sapere prendere i cosiddetti"attimi sfuggenti" di felicità, senza remore e dubbi. Nell'istante in cui si vivono questi momenti spensierati, la mente razionale è inattiva perchè la nostra parte più profonda quella meno esplorata gode a pieno ogni istante centillando ogni frazione e nutrendosi in una gaiezza sconosciuta al mondo razionale. È questa la ragione della nostra dimenticanza di quegli istanti? Non sarebbe auspicabile credere che senza i momenti di cupidigia, che giornalmente altri esseri esprimono con la loro superficiale visione della vita, la ricerca interiore avrebbe meno valore? Essa è la mia guida ovunque e in ogni istante. È il mondo che viene a me e non viceversa come invece la leggerezza dei sentimenti dominanti insegnano in questa epoca di vuoti e silenzi tra noi simili. Il paradosso sono le tecnologie che avanzano inesorabili, unite al benessere offerto e disponibile a tutti coloro che hanno il privilegio di vivere nella parte nord del pianeta. In questo lungo periodo di pace in effetti l'egosimo ha sostituito la solidarietà, e l'unica unione che ancora sentiamo è forse nelle manifestazioni sportive o in occasioni di proteste sociali che hanno come scopo un miglioramento delle nostre condizioni economiche. La mia felicità consiste nel vivere al meglio ogni periodo della mia vita come se fosse il migliore. Vale per la visione di vita la metafora delle stagioni che rappresentano le varie epoche dell'esistenza. Non mi sento formichina dato che non accumulo pensando alla vecchiaia, senza per questo sprecare i miei guadagni in desideri effimeri o di semplice consumo. Non mi sento leone vivendo i modo troppo adagiata per potere affrontare difficoltà o situazioni di pericolo a me sconosciuti. Non mi sento saggio avendo seguito un percorso di vita improntato sulla carriera personale e capito spesso male i libri letti. Tantomeno cammello mi sento, avendo improntato le mie conoscenze sul rispetto reciproco e educato a chi mi conosce, di sapere accettare i miei doni fatti di sincera amicizia e serietà nell'agire come nel pensare. La mia felicità si esprime nell'amare veramente sia la mia famiglia, come in modo ovviamente diverso i miei colleghi, amici e chiunque circondi la mia esistenza. Nel modo più semplice che non dovrei neanche esprimere in parole per quanto scontato sia. La disponibilità ad'aiutare tramite azioni semplici ma spontanea, il vicino di casa, l'amico. Il coraggio di esprimere le proprie opinioni o addirittura di scriverle rendendo pubblici a tutti senza timore di sbagliare o venire criticati. Essere ciò che siamo e riuscire ad esprimerlo è la mia felicità.


 

Demagogia del voto21/03

Va subito detto che questo scritto è anzitutto una sfida al al buon senso del lettore e di molto già scritto in ambito politico. (Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.): Demagogia è un termine di origine greca (composto di demos, "popolo", e ago, "conduco / trascino") che indica un comportamento politico incline ad assecondare le aspettative della gente, sulla base della percezione delle loro necessità. Di frequente uso nel dizionario politico, con accezione dispregiativa indica il comportamento di colui che utilizza frasi retoriche ed esprime promesse inconsistenti per accaparrarsi il favore dell'elettorato, facendo spesso leva su sentimenti irrazionali, ed alimentando la paura o l'odio nei confronti del nemico o dell'avversario politico. In altri termini, la demagogia è l'attività del politico che, in vista del proprio favore, spinge il popolo a fare qualcosa contro il suo stesso interesse, sviando la percezione delle necessità reali. Platone come anche Aristotele indicavano la demagogia come una forma di governo che deriva dalla degenerazione della democrazia e che sarebbe preludio della tirannide o dell'anarchia. Fine citazione. Scriverò su temi che dovrei approfondire di più come la politica e la società, ma leggendo quotidianamente molteplici opinioni sui due temi sopra indicati, credo che questa voce di chi legge senza pretese non guasti. Non volendo rappresentare altri "non adetti" inizierò dicendo che la politica è debole per quanto riguarda la fiducia dei cittadini, debole nelle decisioni di politica estera, ma ancora troppo forte nei privilegi e la presa di decisioni in ambito nazionale che oltre a non dare più voce ai cittadini, spreca ingenti risorse pubbliche. Già il fatto che nella tribune politiche vi siano presenti quasi unicamente i candidati, dimostra il distacco della gente comune verso la politica. Il gioco poi del tempo scandito tramite una macchinetta che pone il quesito se valgano più i contenuti o i sermoni di stampo politichese che spesso annoiano i non addetti, giustificando il disinteresse sia nel voto come nell'approfondire i temi proposti. Non potendo poi scegliere liberamente i candidati ma quelli proposti direttamente dai partiti , mi chiedo se si possa parlare di libere elezioni. Guardando poi indietro negli ultimi decenni nei vari governi fatti di unioni e case delle libertà, ulivi, margherite, rose, garofani, loti, stelle alpine, grilli, delfini, colombe, soli ridenti, falci, scudi ed'altri ortaggi e mammiferi, l'Italia si trascina ancora oggi gli stessi problemi. I vari candidati parlamentari convinti come sono delle loro certezze per quanto riguarda la democrazia, sventolano al mondo intero questo loro principio. Ci imbevano di false moralità e tante promesse da illuderci che chi detenga il potere legislativo possa agire per i nostri interessi. Dato che non esiste un limite posto al potere legislativo, esso è destinato a degenerare. I padri stessi della democrazia ponevano per salvarla questa democrazia e libertà, dei paletti di divieto al potere legislativo. Affinchè l'individuo possa continuare ad essere libero di scegliere, occorre vengano indicate tutte le materie su cui non si deve emanare nuovi leggi. Inoltre ogni rappresentante dovrebbe avere un mandato che non vada oltre la legislatura stessa, dopodiché verrà giudicato in base al programma presentato durante le elezioni. Tutta questa democrazia odierna rischia di travolgerci, non diversamente da un despota dell'antichità o da un tiranno dei tempi moderni. Anche la democrazia può diventare un totalitarismo perchè tra un solo sovrano dispotico ed una maggioranza dispotica non c'è molta differenza. Questo impedimento al ragionamento dovuto alla manipolazione mediatica, fa si che le democrazie moderne siano un male. Noi dobbiamo solo obbedire alla maggioranza che ha imposto la legislazione. I cittadini non sono che sudditi della democrazia e non sono responsabili d'altro che dell'obbedienza. Una vera novità disinteressata da parte di un rappresentante parlamentare, sarebbe la proposta e lotta di diventare parte integrante a tutti gli effetti della società svizzera. Si parla invece ancora di noi come "ospiti", dopo più di 50 anni dalla prima generazioni di immigrati italiani! Nel frattempo la terza generazione a stento parla l'italiano, e possiede dalla nascita il doppio passaporto. La vera realizzazione di un nostro sacrosanto diritto, sarebbe la possibilità di voto nel paese in cui viviamo e paghiamo le tasse, come qualcun'altro a proposto. L'emigrazione organizzata è destinata ad'estinguersi nei prossimi decenni quando la prima generazioni (mi si perdoni la durezza del termine) si sara estinta, ed è in quella prospettiva che io mi aspetto delle proposte rivolte al futuro. Ma essendo le associazioni e tutta la collettività organizzata rappresentata in maggioranza dalla prima e in parte dalla seconda generazione, come possono avanzare delle proposte nella direzione da me spiegate? Perchè mai certe proposte dovrebbe arrivare da dei parlamentari di rappresentanza del nostro paese di origine? A quale pro? Al massimo si parlerà di tasse sulla casa in Italia, dei corsi di lingua e cultura e sul voto all'estero conquistato dopo decenni di battaglie con il governo italiano, o di pensioni. Non conosco nessuno della terza generazione che sia interessato a queste problematiche. Parliamoci seriamente; tutto questo teatrino elettorale è unicamente per favorire dei singoli individui che fanno della politica il loro fine! Mi rendo conte di avere toccato e magari offeso molte persone che hanno fatto dell'associazionismo uno degli scopi della loro esistenza, ma senza offesa questa è la mia versione dei fatti. Vi sono poi associazioni senza scopo di lucro che meritano tutto il rispetto. In questo rientrano le varie categorie del tipo: Ambiente, formazione, infanzia, terza età, umanitarie ecc.. che entro i loro limiti sopratutto economici hanno fatto e ottenuto grandi risultati che non spetta a me elencare. Purtroppo la società è sempre più avida e orientata alla modalità dell'avere. I giudizi che formuliamo sono precostituiti, perchè viviamo in una società che si fonda sulla propietà privata, sul profitto e sul potere. Le norme secondo cui la società funziona (senza eccezzioni) plasmano anche i suoi membri e così il loro carattere sociale. Coloro che hanno proprietà sono oggetto di ammirazione e invidia, indipendentemente da come costui ha accumulato i loro beni o proprietà private (dal latino privare, portar via ad altri). Così oggi chi fa di queste affermazioni passa o per comunista, idealista o folle. Altro problema sui rifiuti a Napoli inserito in uno dei programmi dei candidati, come priorità assoluta è direi abbastanza paradossale per non dire ipocrita. Dopo quasi due legislature affidate al partito e casa delle libertà e in seguito all'Unione, l'unica libertà vista è stata di lasciare sempre più il controllo alla malavita organizzata, sia in quella regione come in altre su questioni ancora più seri tipo l'edilizia, il racket e vari traffici illeciti.


Adesso si vuole fare credere di avere a cuore il problema dei rifiuti, inviando magari carovane di treni merci verso la Germania e pagandoli poi a peso d'oro. Non vi è neppure credibilità nel sentire i rappresentanti di sinistra quando affermano di avere a cuore il problema della pace, quando nella guerra dei balcani fu il governo allora in carica stesso a inviare i contingenti per azioni cosiddette di pace (lo stesso dicasi per le atre guerre successive decise da stati o multinazionali più potenti del nostro). Sparlando poi di pace e giustizia i nostri candidati, tacciono spudoratamente che le vendite di armi nel mondo nel 2006 hanno superato i mille miliardi di dollari (834 miliardi di euro), il 34 per cento in più di 10 anni fa. Tale somma è 15 volte maggiore di tutti i soldi impegnati nel mondo in aiuti umanitari. Uno degli aspetti di maggior interesse è che il mercato delle armi è diventato più 'globalizzato', con produzioni sempre più spesso risultato di assemblaggi di componenti prodotte ovunque. Una situazione che consente di aggirare le leggi permettendo alle armi di raggiungere anche Stati sottoposti a embargo, o soggetti che violano le leggi internazionali e i diritti umani. Le stesse compagnie sono sempre più 'globalizzate', con strutture produttive delocalizzate, sussidiarie estere e joint venture in paesi dove la destinazione finale delle armi è spesso sconosciuta. Essendo i cinque maggiori esportatori mondiali, Russia, Stati Uniti, Francia, Germania e Gran Bretagna - i dominiatori della la scena globale, con l'82 per cento delle 100 principali aziende belliche, possiamo capire senza essere degli esperti che nessun'altro governo avrà voce in capitolo su quali guerre finanziare e tanto meno condannare o impedire. Quante risorse il governo italiano è disposto a dare per l'istruzione e la ricerca? Mentre noi lottiamo per 1 mio. di euro destinati all'istruzione in Svizzera, il governo Prodi per la militarizzazione, spende ben quattro miliardi di euro per la sola ricerca militare. Un'altro un'esempio di impotenza politica da parte dei nostri rappresentanti parlamentari riguarda il tema dell'integrazione. Ricordando la decisione di poche settimane fa del governo svizzero per quanto riguarda il pensionamento delle donne spostato ai 65 anni. Cosa potranno mai questi nobili parlamentari che ci parlano di problemi italiani, fare o agire per opporsi o perlomeno dibattere su questa delicata questione? Cosa significa poi rappresentare gli italiani all'estero? In quali questioni? Quali sarebbero le persone preparate come afferma un candidato, e preparate per fare che cosa? La demagogia risiede propio in queste affermazioni a noi così estranee. È come se dei rappresentanti parlamentari svizzeri volessero recriminare qualche diritto legislativo in Italia per i cittadini di nazionalità svizzera residenti in Italia. Cosa dire poi delle proposte di chi vorrebbe tramite i suoi punti concreti un'Italia per gli italiani all'estero? Qui si fa riferimento unicamente a vantaggi economici per le imprese e non ai problemi reali dei cittadini. Tutti che parlano di rinnovamento di volti nuovi di dare spazio ai giovani alle donne, mentre assistiamo al solito balletto delle poltrone distribuite ai soliti personaggi che come Veltroni in politica da oltre 20 anni parla di rinnovo. La vera rivoluzione nasce dal fondo del paese. Un paese cui noi vivendo all'estero conosciamo unicamente tramite le vetrine proposte da Mediaset e la RAI o le piattaformi digitali, le belle vacanze e qualche quotidiano locale e in parte internet. Ma chi di noi di seconda o terza generazione si interessa dei problemi degli italiani che vivono a malapena per tre settimane con uno stipendio al minimo delle possibilità. Perchè mai il governo italiano e i suoi rappresentanti in Svizzera dovrebbero aiutare noi che viviamo sicuramente in modo più agiato e stabile? Perchè dovremmo interessarci ai problemi italiani direbbero molti giovani e non, volendo ricorrere al divertimento per estraniarsi da una realtà difficile da capire e da vivere, cercando, a volte, di superare il limite del ludico, lasciandosi andare per accedere verso il rischio, la tentazione verso la sfida alla sorte, o la ricerca della violenza come atto di superiorità, di conquista, di padronanza sugli altri. E' secondo me un falso intellettualismo quello che asserisce che l'uomo è cosciente costruttore di civiltà, e cosciente costruttore del suo progresso. Tutto dimostra il contrario. Il vero protagonista della storia è l'ignoranza umana, il non avere idea di come andranno a finire le cose che cominciamo a fare. Il vero protagonista della storia è l'egoista ignorante, non il colto altruista che agisce in vista del bene comune. Questi, in forza della sua presunzione di sapere, non potrà che sbagliare. È il diritto inoltre la cornice entro la quale gli individui possono realizzare la loro volontà. Grande importanza è attribuita alla proprietà. In essa si determina non solo oggetti materiali e mezzi di produzione, ma anche la vita, la libertà ed infine i possessi veri e propri. Con la proprietà viene costruito il rango cui appartengono gli individui. È questa la chiave di lettura da adottare nel momento in cui eleggiamo un rappresentante politico.



Quali interessi difende costui? Vi è molta confusione da parte dei politici tra legge e legislazione ed essa diviene il modo per opprimere le minoranze e gli individui. Soprattutto la sinistra (socialisti in Europa, democratici in America) usano l'attività legislativa per attuare quell'autentico miraggio che è la giustizia sociale. In una economia di mercato come la nostra indipendentemente dal paese, destra, centrodestra, sinistra o centrosinistra il termine giustizia sociale o giustizia distributiva non può avere alcun significato. Mi chiedo perchè mai l'espressione di un concetto così errato ed impreciso sia di uso così frequente anche tra coloro addetti ai lavori che si riempiono la bocca nei loro programmi presentati nei periodi elettorali. Guardando i privilegi che attendono i candidati che riescono a farsi eleggere, mi chiedo inevitabilmente come possa non seguire una corruzione dei principi fondamentali. Aumentano le tasse e piovono sui gruppi sociali più chiassosi e meglio organizzati o rappresentati sussidi speciali, favori, privilegi di ogni tipo. E' anche una leggenda che siffatte maggioranze eseguano il reale volere della maggioranza degli elettori. In realtà nessuno vuole che tutto questo accada, tranne i beneficiari. Un governo siffatto poggia su un patto di gruppi e partiti, ognuno dei quali deve accontentare il suo gruppo particolare di elettori. Muore, per capirci, il mercato economico, soffocato dalla pianificazione assistenziale, e nasce il mercato politico, lo scambio di favori. E' la presenza di questo mercato politico la vera ragione per cui esistono associazioni di commercianti, imprenditori, artigiani, contadini e sindacati operai. Ognuno di questi opera per conquistare appoggi governativi. Mi auguro verrà un giorno in cui la gente considererà con lo stesso orrore l'idea di un insieme di uomini, pur autorizzati dalla maggioranza dei cittadini, dotati del potere di ordinare quanto gli aggrada, come oggi aborrisce molte forme di governo autoritario. La protezione dei deboli o delle classi meno favorite come gli immigrati, i giovani o gli anziani, interessano unicamente per attirare voti durante la campagna elettorale, dopodiché tutto come prima.. Credo che per essere veramente efficace, la giustizia sociale dovrebbe essere separata dal mercato, evitando così il rischio di venire corrotta dal il mercato. Deve avvenire fuori di esso. Non può essere inteso come una correzione del mercato. Sarei favorevole ad una totale separazione della previdenza sociale dall'assistenza. Cosa che in Italia è dura a morire, e che continua a produrre grossi livelli di ingiustizia reale in quanto viene caricata su una sola parte (i lavoratori dipendenti, gli artigiani, i commercianti, alcuni liberi professionisti) l'onere dell'assistenza ai più deboli, che invece è un problema di fiscalità generale. Rifacendomi in questo scritto ad un grande pensatore del secolo passato "Friedrich August von Hajek" che distingue tra ordine spontaneo ed organizzazione costruita, egli mostra come il costruttivismo razionalistico distrugga l'ordine spontaneo e con ciò le difese della libertà individuale; fa vedere che l'idea di giustizia sociale è un residuo di atavismo carico di pericoli per la nostra civiltà; mette il dito sulla piaga di quell'onnipotenza dei parlamenti delle attuali democrazie, su quel potere illimitato che le ha trasformate in tirannie; e propone un ordine politico di un popolo libero. (nel 1974 egli ricevera il premio Nobel per l'economia). Come l'economista sopra citato sono un convinto sostenitore di una società di uomini liberi e responsabili e quindi un nemico dichiarato di tutti i totalitarismi ed i paternalismi. Credo che totalitarismo e dittatura non sono sinonimi poiché vi possono essere totalitarismi di derivazione democratica, risultato di una degenerazione della democrazia stessa. Corro il rischio di non venire letto ne dai lettori della pagina, e tantomeno dai miei conoscenti e lettori del mio sito con queste follie controcorrenti in questo periodo in cui la politica italiana si sforza tra i vari schieramenti di proporre nuove strade con dei volti già visti, in cui dire il proprio pensiero equivale a non schierarsi essendo i contenuti dei vari parlamentari parte di un programma legato al partito di origine di chi si candida. Grillo dal suo sito strilla: "E' primavera, aprite le finestre della vostra mente. Pensate, riscoprite il piacere di pensare da soli. Tirate un respiro e guardate il cielo. Può perfino essere azzurro con le rondini. Torniamo ad essere il Bel Paese. Perchè no? Tutto è possibile, anche liberarci dalla classe di parassiti che occupa la politica e l'informazione. Quando sfilate nella marcia del V2 day scambiatevi un segno di pace con i vostri vicini nella fila. E' pieno di gente simpatica".

Io dico che il rapido miglioramento di tutti gli strumenti di comunicazioni infinitamente agevolate e sempre più efficienti, costringono a chi si vuole occupare di politica, oltre a mostrare il proprio sorriso nei manifesti, ed elencare il programma del proprio schieramento di proporre delle vere proposte reali che si basano sulla nostra esistenza qui in Svizzera. Il rapporto con le autorità locali, il diritto al voto mentre assistiamo a sempre più misure corcitive nei nostri confronti. Per questo dedichiamo poca credibilità ai parlamentari all'estero, perchè li sentiamo così lontani dai nostri problemi reali. Non serve essere antipolitico (non è questo il mio intento) o sparlare di cose che sinceramente non mi competono, ma la semplice constatazione che la politica non è più al servizio di noi cittadini ma nelle mani di chi già detiene il potere. Come dare il mio voto a chi sceglie la politica per difendere i propri interessi personali? Come potrà difendere i nostri di diritti, colui che per arrivare a tanto potere o monopolio ha calpestato ogni legge o moralità di cui tanto si imbevono i nostri politici. Sarei in aperta contraddizione con me stesso se mi aspettassi di trovare già oggi orecchie e mani disposte ad accogliere le mie riflessioni. Concludendo io non predico il non voto che sarebbe dare via libera allo sciacallaggio da parte di chi , ci vive e mangia sulla politica, ma l'eliminazione della demagogia durante le campagne elettorali. Anche il nostro cervello di elettori è immune dalle favole e sarebbe ora che ci venisse concesso più rispetto quando votiamo per i nostri dipendenti che ci rappresentano. Ho il sospetto che ho peccato di populismo e mi fermo con la solita citazione del filosofo: Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui.




Periodo 2007

Follie su Nietzsche 28/12

Dall'editoriale del 27 dicembre leggo (piacevolmente sorpreso) sul vostro settimanale "commerciale" una citazione, con relativa interpretazione del mio autore preferito per eccellenza; Friedrich Nietzsche. La convinzione nietzschiana secondo cui Dio e l'oltre-mondo abbiano storicamente rappresentato una fuga dalla vita ed una rivolta contro questo mondo.

 

Credo che difficilmente vedrò pubblicato questo mio commento dato che da diversi mesi ormai, le mie riflessioni non trovano più spazio nel vostro giornale (?). Comunque non è di me che vorrei trattare, in quanto pur essendo un semplice lettore e non essendo onorevole o presidente, ritengo questa mia replica sia ugualmente degna di rispetto e attenzione. La mia intenzione è un dialogo con l'autrice su dei temi da lei coraggiosamente presentati, e di questo le sono molto grato. La pubblicazione è secondaria e sarebbe interpretata erroneamente, da coloro che non conoscono il genio del filosofo. Anzi come in passato ogni sua affermazione verrebbe rubata per scopi personali.

La sua citazione richiama acutamente l’aforisma 125 di La Gaia Scienza. Le parole dell’uomo folle “Cerco Dio! Cerco Dio!”, gridate senza posa nel mercato, vengono accolte dal riso “poiché proprio lì si trovavano radunati molti di quelli che non credevano in Dio”. Il nichilismo non è "introdotto" nel mercato né da singoli uomini né da potenze oggettive: il mercato è nichilistico come tale, poiché il produrre e lo scambiare, frantumando il mondo nella molteplicità di "merci" e assumendo l’uomo a portatore di funzioni, non offrono alcun senso complessivo. Il produrre e lo scambiare non si fermano dinanzi a nulla (vedi il capitalismo o imperialismo). Il diritto esprime un’altra forma di volontà, di cui il mercato non può fare a meno, e perciò capace di imporre ad esso un ‘ordine’: non un ordine assoluto e immutevole, ma l’ordine stabilito dalle volontà più forti.

“Il nichilismo ci salva e protegge; smaschera falsi idoli, da cui pensavamo di trarre il nostro "valore". Non è la resurrezione di Dio che ci salvera dalle barbarie, oggi a noi offerte all'ora di pranzo guardando i vari TG, per metà fatti di notizie di cronaca. Siamo noi addormentati dallo stupore gioioso che ogni bambino ha in sè dalla nascita, che non vediamo oltre il muro dell'ipocresia.

In proposito Nietzsche rammenta:
Zarathustra è cambiato, Zarathustra è divenuto un bambino, Zarathustra si è svegliato: cosa vuoi tu fare con gli addormentati? Come in mezzo al mare tu vivevi in solitudine, e il mare ti portava sul suo seno. Ahimè, ora vuoi tu scendere a terra? Vuoi tu trascinare il tuo corpo da te stesso?" Zarathustra rispose: "Io amo gli uomini." Ma ora io amo Dio disse il santo: non amo più gli uomini. L'uomo è cosa troppo imperfetta per me. L'amore degli uomini mi ucciderebbe." Zarathustra rispose: "Ma io non parlavo d'amore! Io porto un regalo agli uomini." [...] I nostri passi risuonano troppo solitari per le vie. E come quando di notte, stando nei loro letti, sentono un uomo camminare assai prima che il sole sorga, certamente si domandano: dove va quel ladro? Non recarti tra gli uomini! Rimani nella foresta! A questo punto Zarathustra salutò il santo e disse: "Che cosa posso darvi? Lasciatemi andare, piuttosto, prima che vi tolga qualcosa!" Così si separarono l'uno dall'altro, il vecchio e l'uomo, sorridendo come sorridono due fanciulli. Ma quando Zarathustra fu solo, così parlò al suo cuore: "E mai possibile? Questo vecchio santo nella sua foresta non sa ancora che Dio è morto."

Con garbo e senza nessun minimo rancore (non ne avrei motivo non conoscendo personalmente l'autrice), la motivazione che mi spinge a scrivervi sotto la rubbrica "Scrive chi legge", è per amore "intellettuale" che nutro per Nietzsche. Lui non merita che si sfrutti la sua profondità di pensiero per delle generiche riflessioni di fine anno, come già in passato con conseguenze ben più tragiche è stato fatto!

Per migliorarci non invochiamo forze ultraterrene vi prego, ma invochiamo la fiducia in se stessi, l'affermazione della vita intramondana, l'amore del fato e l'idea di un uomo oltre l'uomo. Nietzsche ha sempre criticato la passiva accettazione della morale cristiana, non la sua affermazione tantomeno la resurrezione di Dio. Il senso della mia riflessione si basa sulla negazione di falsi idoli, e lo stesso mercato, quando sia inteso come luogo di ‘libertà’, e non come una tra le forme della volontà di potenza. La concezione di un cosmo ordinato, razionale, governato da scopi ben precisi e retto da un Dio provvidente, è soltanto una costruzione della nostra mente, per poter sopportare la durezza dell'esistenza. « il carattere complessivo del mondo è il caos per tutta l'eternità, non nel senso di un difetto di necessità, ma di un difetto di ordine, di articolazione, forma, bellezza, sapienza e di tutto quanto sia espressione delle nostre estetiche nature umane » (La gaia scienza, V, 2, p. 115). La citazione segue: Dove se n'è andato Dio? - gridò - ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io, Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l'intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla?

per concludere: Non dobbiamo noi stessi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? Non ci fu mai un'azione più grande: tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtù di questa azione, ad una storia più alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!". A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. 'Tengo troppo presto - proseguì - non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle costellazioni vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano vedute e ascoltate. Quest'azione è ancora sempre più lontana da loro delle più lontane costellazioni: eppure son loro che l'hanno compiuta!".

Io aggiungo che che Nietzsche, parlando dei cristianesimo come di « un'antichità emergente da epoche remotissime » scrive significativamente: « Quando in una mattina di domenica sentiamo rimbombare le vecchie campane, ci chiediamo: ma è mai possibile Ciò si fa per un ebreo crocifisso duemila anni fa, che diceva di essere il figlio di Dio ». Cosa dire dell'accostamento dei fatti di cronaca italiani con la morte di Dio interpretata dal Filosofo? È fuori luogo in quanto il significato stesso di tale affermazione a come soluzione positiva la negazione di tale resurrezione per avere più chiaro il nostro essere e universo.

 



Leasing di Saggezza 07/12
A volte è comodo assumere pillole di saggezza dai grandi nomi della storia. Capita che pur leggendo in quantità sproporzionata su di un unico autore, esso diventi il nostro paladino di giustizia, o la nostra ancora nei momenti in cui i cattivi pensieri o le opressioni ci circondano, in un gioco ripetitivo quasi perverso. Assumiamo un pensiero o aforisma, con la stessa aspettativa di un medicinale che dovrà guarirci dal male che ci opprime. Si potrebbe obiettare se questo atteggiamento sia abberrante, in quanto è dal nostro profondo che devono nascere le idee per uscire dalle interperie che la vita a volte lascia venire a noi. Cosa vi è di male nel (ri)vivere le esperienze già vissute ed interpretate da altri? Ma questi personaggi donatori di benessere spirituale in fondo mi chiedo erano poi ciò che predicavano. Le loro dottrine corrispondevano al loro agire? Leggendo le loro bigrafie spesso erano esseri che facevano della loro solitudine la loro migliore compagna, e come per un viandante che seguito dalla sua ombra, esclamava: Uno è di troppo! Passando per arroganti o presuntuosi, questi saggi della storia trovavano rifugio dall'incomprensione altrui, creando opere a volte favolose e spesso mostruosamente ricche di verità e riflessive. Mi riferisco in particolare modo ai filosofi del passato, che oggi vengono catalogati più che dalla loro personalità, dall'epoca in cui essi proclamavano le loro visioni. Da cosa nasceva quella ferve creativa, ed'ispirazione improntata sulla loro osservazione e poi interpretazione delle cose del/sul mondo? Spesso e volentieri le loro ispirazioni erano dei seguiti o eredità di altri pensatori, compatibili con la loro vocazione. Altre volte seguivano una corrente inversa e sforzandosi di creare essi stessi una nuova formula risolutiva al problema posto dal pensatore che lo aveva preceduto. Erano delle correnti di pensiero in lotta tra loro, e il risultato o pericolo era di perdere di vista la propria vocazione iniziale. Il più delle volte ci si adattava esprimendo concetti in genere non troppo provocatori o censurabili al comune pensare di quell'epoca. Nel caso di pensatori coraggiosi e rivoluzonari o in anticipo sui tempi, le conseguenze venivano pagate con persecuzioni o adirittuara l'esilio e la morte fisica. È il caso dei vari Bruno Giordano, Galileo Galilei ed'altri meno famosi. Per non parlare nella nostra epoca moderna a seguito degli ultimi conflitti mondiali, di tutti quei intellettuali che hanno pagato con la vita il solo fatto di esprimere idee contrarie al regime in corso. Oggi la situazione è oltremodo cambiata per vari fattori. Essenziale è stata la trasformazione dalla mentalità medioevale, ascetica a quella moderna, attiva e mondana. Ciò che interessa all'uomo moderno, è questo mondo, è questa vita: non più segno di Altro, non più breve passaggio e prova, ma dimora in cui sistemarsi nel modo più comodo. Qui sta la motivazione che spinge gli alchimisti e i maghi prima, gli scienziati poi, a sviluppare delle conoscenze che consentano appunto di vivere meglio (materialmente) in questo mondo, dominandolo tecnicamente. Questo è infatti il fine della scienza moderna, il dominio sulla natura. Quale leasing oltre al tradizionale per l'acquisto di beni materiali, è disponibile, essendo anche la filosofia dettata più che dall'istinto, dai metodi scentifici? D'altro lato, non la scienza e la tecnica, ma l'uso che della scienza e della tecnica è stato spesso fatto va visto come parzialmente negativo. Come dare tutte le mie aspettative alla tecnologia? Può un'oggetto per quanto sia utile sostituire le relazioni uname? In definitiva non sono tanto i consigli saggi del guru di turno a placare le mie ansie, ma un sano rapporto a tutti i livelli. Lavorativi, di amicizia e famigliari. E credo che il punto doloso di molte vite infelici o famiglie separate sia proprio la perdita di questi valori insostituibili. Il sapere scientifico è usato come esaustivo di tutta la conoscenza, alternativo e non complementare al sapere filosofico-teologico: e questo non è positivo. Parallelamente la tecnica è stata usata come strumento non solo di un dominio (rispettoso e armonico) ma di un devastante sfruttamento della natura. E anche questo, come molti ormai pensano, è talmente negativo da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell'uomo sulla Terra.

Non la forza, ma la costanza di un alto sentimento fa gli uomini superiori.




La giusta democrazia
16/10
È spesso con abuso che le nazioni si appropriano del termine "democrazia", convinte di appartenere a quei principi etici e morali costruiti già nell'antica Grecia. Il Termine di derivazione greca (demos, 'popolo', e kratein, 'potere') che indica un sistema politico basato sulla sovranità dei cittadini, ai quali è riconosciuto il diritto di scegliere la forma di governo e di eleggere direttamente o indirettamente i membri del supremo corpo legislativo dello stato, così come i funzionari addetti all'amministrazione locale, nonché, in alcuni casi, anche il capo dello stato.

La democrazia nell'età classica in cui le città-stato greche e Roma antica durante i primi anni della repubblica furono democrazie dirette: nelle assemblee pubbliche si radunavano tutti i cittadini (a esclusione degli schiavi e delle donne) con diritto di parola e di voto. Ciò era possibile a causa delle piccole dimensioni delle città-stato. Tuttavia la fragilità di questa forma politica, che tendeva a degenerare nella tirannia o nel governo oligarchico, condusse i filosofi dell'epoca a dare una caratterizzazione non positiva della democrazia. Nella tipologia delle forme di governo di Aristotele, che distingue tre forme 'pure' e tre forme 'corrotte', la forma pura è chiamata politia, ed è definita come 'governo della maggioranza' o 'della moltitudine'; la forma corrotta è chiamata democrazia, ed è definita 'governo a vantaggio dei poveri'. Nella tripartizione aristotelica il principio democratico viene interpretato come la legittimazione di un governo di parte; per molti versi la distinzione manterrà questo significato sino ai filosofi ottocenteschi che riprenderanno la tipologia di Aristotele (per esempio Kant e Hegel).

Nella Roma repubblicana e imperiale furono invece poste le basi della democrazia nell'accezione moderna del termine. Furono i giuristi (Ulpiano, Giuliano) a sostenere che l'autorità dell'imperatore si basava sull'investitura del popolo e che il popolo stesso era da considerare creatore del diritto, sia mediante il voto sia mediante la consuetudine. In entrambi i casi, era evidente che la fonte del potere politico stava nel popolo, il quale, pur delegandolo nelle forme più diverse, ne restava il titolare ultimo.

Il Medioevo e l'età moderna
Un notevole influsso sullo sviluppo della teoria democratica fu esercitato anche dalla religione cristiana, che poneva l'accento sui diritti dei più deboli e sul principio dell'eguaglianza. Nel Medioevo furono comunque l'esperienza comunale in Italia, nelle Fiandre e nelle aree tedesche e la lotta alla teocrazia papale a dare vitalità al modello democratico. Un contributo importante alla diffusione del modello democratico fu dato dalla Riforma protestante, che adottò in genere il congregazionalismo, secondo cui il potere nella congregazione spetta all'insieme del popolo, che lo esercita direttamente oppure secondo i meccanismi di elezione e delega. Queste idee divennero la base delle successive rivendicazioni della sovranità popolare in chiave antiautocratica. Per esempio John Locke fondò sul principio la sua versione del governo rappresentativo basato su un contratto stretto tra principe e popolo, in cui al popolo restava la possibilità di ritirare la delega al sovrano; le elaborazioni di Locke si presentavano quindi come una giustificazione del diritto alla resistenza e una legittimazione delle rivoluzioni popolari.

L'ascesa delle repubbliche democratiche
Tra il Seicento e l'Ottocento le rivoluzioni contro i regimi autocratici sfociarono spesso nell'adozione della forma repubblicana. In molti casi il riferimento degli apologeti della repubblica era il modello aristocratico di stampo autoritario che veniva praticato a Venezia o a Lucca. In altri casi il riferimento erano le città-stato riformate come Ginevra, in cui si teorizzava il ricorso alla democrazia diretta. Molto spesso le utopie repubblicane avevano una forte componente di egualitarismo democratico. Jean-Jacques Rousseau sostenne che solo un governo repubblicano, adottato in uno stato dalle piccole dimensioni dove fosse possibile la gestione diretta del potere da parte del popolo, era compatibile con i valori democratici. A suo parere solo in un contesto simile avrebbe potuto prender corpo quella volontà generale, infallibile e indivisibile, attraverso la quale il popolo sarebbe stato in grado di esercitare il potere di fare le leggi, assicurando la partecipazione al processo a tutti i cittadini. Fu però l'esperimento repubblicano degli Stati Uniti a diffondere l'ideale di una repubblica democratica basata sull'applicazione del principio del suffragio universale (esclusi gli schiavi, le donne, i minori).

La democrazia tra liberalismo e socialismo
Nel corso dell'Ottocento liberali e socialisti discussero con accanimento della natura della democrazia. Secondo i primi – particolarmente interessati al tema si rivelarono Benjamin Constant, John Stuart Mill e Alexis de Tocqueville – la democrazia diretta era per molti versi incompatibile con le libertà civili (di pensiero, d'associazione, di stampa ecc.) che solo uno stato liberale poteva garantire; la democrazia rappresentativa, che evitava il pronunciamento diretto della popolazione e quindi i pericoli insiti nella 'tirannia della maggioranza', era invece intesa come il frutto dell'ampliamento della libertà politica, che si allargava sino a comprendere tutti i cittadini dello stato. Per i liberali l'enfasi non cadeva sulla semplice partecipazione ma sulla natura della stessa, che veniva anch'essa interpretata come l'espressione di una specifica libertà. In quanto ai socialisti, essi fondarono la loro versione della democrazia sulla critica della rappresentanza, che implicava la sola libertà politica; il loro programma puntava a una trasformazione sociale ed economica della società ottenibile unicamente con l'applicazione delle regole della democrazia diretta non solo agli organi politici, ma anche a quelli economici.

La Comune di Parigi spinse molti – tra cui Karl Marx, Lenin, Rosa Luxemburg – a teorizzare una 'democrazia dei consigli', in cui libere associazioni di operai avrebbero preso decisioni a maggioranza riguardanti le stesse attività produttive, mentre sul piano amministrativo sarebbero stati eletti rappresentanti con mandato limitato e soggetti a revoca immediata.

Gli sviluppi successivi hanno segnato prima una crisi dello stato liberale – messo in discussione dall'avanzata dei totalitarismi e dai successi del socialismo reale – poi, dopo la seconda guerra mondiale e soprattutto dopo il tracollo dei regimi comunisti dei paesi dell'Est europeo, la vittoria della democrazia liberale, adottata, almeno formalmente, dalla maggioranza degli stati esistenti nell'ultimo scorcio del XX secolo.

La mia interpretazione
In questa panoramica sulla storia della democrazia (tratto da alcune letture di storia), è evidente come vi sia stato uno sviluppo segnato sia dai tempi come anche dalle risorse che il corso della storia ha progressivamente imposto. Oggi nei nostri stati progrediti e convertitesi al liberalismo (a volte mascherato di diversi colori e schieramenti), il capitale ne è padrone, e noi popolo sovrano ne siamo succubi, anzi attratti. Si è perduto per strada nel corso dei secoli il senso e l'insegnamento dato dai padri che nel corso del nostro percorso umano hanno tentato di "immaginarsi" una società non dico giusta ma il più possibile vicina ad essa.



Debito di coscienza
12/10
Sono pienamente conscio che la mia realtà essendo limitata al mondo delle sensazioni, e alle mie esperienze non corrisponde alla visione di altri esseri che pur peccando di nichilismo credono di possedere lo scrigno magico contenente molte verità. Nonostante questa considerazione introduttiva le mie idee esistono o per dirla in una formula cartesiana "cogito ergo sum". Da questa base di pensiero appunto la visione delle cose, noi spiriti che ci reputiamo liberi siamo giornalmente condizionati, sia dall'ambiente e ancor più dalle persone che lo formano. Vorremmo essere noi stessi ma allo stesso tempo come gli altri vorrebbereo vederci, sia per la costante ricerca di approvazione come la ricerca di quell'autostima che (aimè) cerchiamo negli altri. D'altronde veniamo cresciuti nelle migliori condizioni allenati sia dai genitori ma sopratutto dalla televisione e tutti glia altri mezzi disponibili rei di diffondere nelle nostri menti visioni di persone felici perchè in possesso di bellezza, cose, forza virile e sicurezza che noi per non essere troppo in debito con la nostra coscienza, ciecamente aproviamo e anzi desideriamo. Così agendo ci allontaniamo sempre più dalla nostra primordiale natura, così meno esigente ma profondamente più autentica nelle sue richieste che parlano di spazi liberi scelti da noi, attività dettate dale nostre esigenze fisiologiche e spirituali. Allontanandoci sempre più da queste nostre interiori necessità, perdiamo i veri scopi che ci conducono alla felicità. Nessuna sensazione è più forte di quella dettata dai sentimenti provati durante l'innamoramento, o alla nascita del proprio figlio. Anche le perdite di care persone fanno parte delle sensazioni e realtà vissute da prima pagina nel nostro quotidiano. Sento a volte astio dalle persone povere di nobiltà e amore, che inconsciamente evitano il contatto ravvicinato con me, onde evitare lo svelarsi della loro nevrotica e superficiale vita. È fatta di molti bocconi amari l'interiorizzarsi di se stessi, sopratutto quando si scoprono sempre più i mecchanismi che portano l'agire delle persone (o il non agire). Per non sembrare mai troppo sicuro, non delle mie convinzioni che metto ogni giorno in discussione, ma del mio apparire, io cerco la socialità con il prossimo adattando il mio modo di apparire consone alle aspettative altrui. Ma non mi riesce a quanto pare molto bene, avendo praticamente solo interlocutori adatti alle varie circostanze che si presentano nel corso della giornata e vita. Un vero amico ( a parte il mio fraterno amico Piero) non lo possiedo, e ciò più che colmarmi di tetraggine mi stimola nella ricerca di elevare sempre di più le mie ricerche intellettuali. Il mio amico migliore sarà così il mio viandante che incessantemente, vagherà nelle meandre del pensiero più sublime. Per esprimere meglio questo mio credito verso gli altri, pena l'esilio dal prossimo citerò un'aforsimo che sintetizza meglio questo mio pensiero. Chi sa di essere profondo, si sforza di esser chiaro. Chi vuole apparire profondo alla folla, si sforza di esser oscuro. Infatti la folla ritiene profondo tutto quel di cui non riesce a vedere il fondo: è tanto timorosa e scende tanto mal volentieri nell'acqua! (Friedrich W. Nietzsche)



La cultura globalizzata 15/08
Seguire la passione per la lettura è dispensioso, ma gratificante. Scrivere comporta nel senso tradizionale di un libro; pensare il contenuto, scriverlo, pubblicarlo e infine venderlo. Così dei librai, fin quando esisteranno questi meravigliosi oggetti chiamati libri non si potrà fare a meno. Per quanto oggi attraverso un paio di click elettronici e un numero di carta di credito, si accede a molta cultura scritta nel passato il libro è qualcosa di diverso. I librai svolgono a differenza del comune navigare nella rete una delicata funzione di mediatore culturale (quelli bravi). Esse le librerie rappresentano un ricchezza straordinaria, finendo per svolgere una funzione sociale, cosa che nessun centro commerciale o il web potrà mai compensare. Ma aimè anche nel mondo della cultura si è abbattuto come una frusta tramite la decisione del consiglio federale di abolire il cosiddetto "Sammelrevers". L'accordo tra editoriali e librai che, in pratica, garantiva nella Svizzera tedesca il prezzo unico del libro. Nella Svizzera romanda dove già questa liberalizzazione è avvenuta con la conseguente guerra dei prezzi, essa provocherà una destabilizzazione del mercato e la chiusura di numerose piccole librerie indipendenti a vantaggio dei grandi centri di distribuzione. Senza parlare del già temuto aumento dell'Iva. Così anche la lettura di libri come uno degli ultimi superstiti culturali, farà spazio alle leggi del mercato globale. A parte i bestseller che dato l'alto volume di vendita abbassino i prezzi, altri libri d'autore o comunque importanti aumentano i prezzi, orientando l'ex lettore verso altre forme di acquisire la cosiddetta "cultura". Lettura come passatempo allo stesso livello di uscite per il fine settimana, o della valanga di musica e film offerti come beni di consumo rapido. Ricordo con nostalgia ogni singolo libro letto anche per oltre un'anno che ha lasciato tracce profonde nella mia vita. Seguo tuttavia questa sana attività di affamato di libri ovviamente percorrendo il mio gusto e interesse. Ritengo la lettura il migliore "passatempo" immaginabile dopo i rapporti umani, e osservo rassegnato al deserto intorno a me. Non conosco nessuno nel mio quotidiano con la mia stessa passione. Per incontrarmi con persona della mia specie in via d'estinzione frequento qualche libreria o navigo nel web. Uno degli aspetti più evidenti del fenomeno della globalizzazione è la diffusione di modelli culturali, di comportamento, di mode, abitudini di vita, linguaggi ... in tutte le parti del mondo. Favorito dalla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa. La Tv, presente anche nelle favelas e nei quartieri di baracche del mondo sottosviluppato ed ora Internet, che favorisce e accelera il processo di informazione e comunicazione. Così quasi tutti conoscono la Coca cola, vedono le stesse trasmissioni, tendono a comportarsi nello stesso modo, perché imitano gli stessi modelli, in genere prodotti in occidente ed in particolare negli USA. Non posso fare a meno di toccare gli stessi tasti dolenti come Il cosiddetto villaggio globale, metafora di origine USA, che rappresenta opportunità di comunicazione, relazione, sviluppo, ma anche tutta una serie di conseguenze negative. La globalizzazione che non è una brutta parola o una medicina per noi uomini, dovrà tramite la cultura diffondere le opere che hanno più influenzato le culture passate e presenti. “Gli scrittori amati cesseranno di essere stranieri, nati in Oriente o in Occidente. Essi rimangono amati perché sono sostanziali, portatori di un’umanità che va oltre. Essi non sono più una cultura, la oltrepassano e diventano così ecumenici”. Nell’epoca dei managers che dettano legge nel mercato della letteratura, il compito dello scrittore e di noi lettori torna ad essere quello antico: l’insistenza e il relativo approfondimento sui fatti umani che si verificano anche nel più ignoto ed insignificante angolo del pianeta e la passione e la cura per la propria lingua. Quello di "sentirsi a casa nel mondo" è il vecchio sogno del cosmopolitismo illuministico. Oggi ci sentiamo parte del villaggio globale tramite la cultura della technologia esasperata, e di usanze dettate dall'industria e dalle lobby.
Per dare un'idea di ciò che intendo come attività' positive quali il rispetto di ogni forma di vita, dare e condividere, lo sviluppo della propria capacità' di amare e di pensare in maniera critica, lo sviluppo della propria fantasia ed'altre capacità che a mio avviso un cultura meno materiale e illusionista, può nascere attraverso la conoscenza oltre che del presente con i suoi complessi sistemi, anche e sopratutto della conoscenza umanistica ormai in lento degrado. Basta ascoltare il linguaggio delle nuove generazioni per rendersi conto che l'influenza dei media moderni ha indelebilmente tracciato, togliendo ogni interesse per lo studio e l'impegno (generalizzo), per lasciare spazio al facile guadagno con il minimo sforzo. Il piacere accompagnato da delusione, consumo, tossicomanie producono un mondo degradato. La gioia come processo del divenire che si manifesta nell'attività, movimento, esperienza, mutamento producono un mondo migliore.




Il mio Cammino I - 22/06
Non sempre le proprie conoscenze sulla filosofia possono ambire ad una comparazione con i grandi nomi della storia. Anzi per ampliare i propri orizzonti si accede a tutte le fonti possibili dei grandi maestri che il passato a nominato dei filosofi, sia per loro idee rivoluzionarie o spesso per il proseguito di idee di pensiero già enunciato da altri. Vi sono tre epoche che contraddistinguono la storia della filosofia. Nella prima chiamata "Filosofia Antica e Medioevale" si parte dal pensiero greco che tratta sulla conoscenza dell'essere, del numero e sull'episteme termine che indica la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire. I nomi più famosi di filosofi accertati per la filosofia antica sono:
Talete, Anassimandro, Anassimene, Eraclito, Cratilo, Orfismo, Pitagorici, Archita, Alcmeone, Senofane, Parmenide, Zenone, Melisso, Anassogora, Empedocle, Diogene, Leucippo, Democrito, Ippocrate, Megarici, Protagora, Gorgia, Antifonte, Trasimaco, Crizia, Ippia, Prodico, Socrate, Fedone, Platone, Antistene, Aristotele, Senocrate, Speusippo.

Il periodo della filosofia antica e medioevale va dal VI AC al VI DC secolo. Esso comprende oltre ai filosofi greci due grandi filoni di personaggi categorizzati in due gruppi:

Filosofia Latina che mira ad una compenetrazione del pensiero greco con la cultura romana. Esponenti maggiori della filosofia latina sono: Cicerone, Seneca, Epitteto e Marco Aurelio.

e la Filosofia Medievale. In Europa, la diffusione del Cristianesimo all'interno dell'impero romano segnò la fine della filosofia ellenistica e l'inizio della Patristica, dalla quale si svilupperà la filosofia medievale.

La filosofia medievale costituisce un imponente ripensamento dell'intera tradizione classica sotto la spinta delle domande poste dai tre grandi religioni monoteiste. I nomi più importanti di questo periodo sono Avicenna e Averroè in ambito islamico, Mosè Maimonide in ambito ebraico, Pietro Abelardo, Tommaso d'Aquino e Duns Scoto in ambito cristiano.

Filosoficamente, il medioevo si caratterizza per una grande fiducia nella ragione umana, che si esprime nella corrente della scolastica, il cui maggior esponente è Tommaso d'Aquino. La crisi di questa corrente filosofica, con autori come Duns Scoto e soprattutto Guglielmo di Ockham, segnata da un crollo di fiducia nella ragione e da un conseguente crescente fideismo, portò alla fine del pensiero medioevale ed alla nascita del pensiero moderno. Fu inoltre nel Medioevo che prese piede la cosiddetta disputa sugli universali. Gli universali trattano del problema della relazione tra linguaggio e realtà, tra le parole e le cose , tra il pensiero e l'essere. La filosofia moderna inizia come già detto con il perido rinascimentale. L'Umanesimo (secolo XV ca.) e la sua rivalutazione dell'uomo e della sua esperienza terrena. Kant fù il pensatore che aprì la strada al Romanticismo e in seguito alla filosofia Contemporanea. L'illuminismo spinge ad un relativismo che per molti aspetti preannuncia quello che caratterizzerà il Positivismo fino ad arrivare ai nostri giorni. La scienza in continua evoluzione, si staccherà dai sistemi e dalle visioni trascendenti, rivolgendosi sempre più ad indagare sulla natura tramite la matematica. Grazie alle ricerche dei filosofi rinascimentali prima, e poi degli scienziati e pensatori come Copernico, Gllileo, Cartesio, Bacone e Newton. Un'altro tema centrale è la politica che si sviluppa nella sua riflessione di carattere occidentale. Da Macchiavelli, dalle proposte monarchiche e assolutiste di Hobbes, alla prima idea "liberale" di Locke e poi degli Illuministi come Montesquieu e Rousseau. La metafisica perde poco a poco interesse sul pensiero filosofico. Kant la definì come l'ultima vocazione dell'essere umano. È con questa nostalgia di Assoluto che si aprirà il Romanticismo. Movimento artistico, culturale e letterario sviluppatosi in Germania e in Inghilterra al termine del XVIII secolo e poi diffusosi in tutta Europa. Il termine "romanticismo" viene dall'inglese romantic che rappresentava in modo dispregiativo i romanzi. Avendo riassunto in modo grossolano tramite le mie modeste letture la storia dell'amore per la conoscenza come i greci definirono la parola "Filosofia", sono tante le ricette da proporre, le strade da seguire e sopratutto il pensiero appropriato definito come il più consone alla propria realtà. Il concetto di storia della filosofia è giovane e arbitrario. In quanto si limita in primo luogo alle filosofie occidentali, e secondo l'indagine sul concetto di storia è soggetto alla nostra visione contemporanea sul mondo dei pensieri. Comunque per avere una visione non delle verità più credibili, ma dei pensatori più importanti che il genere umano ha riconosciuto come tali è d'obbligo uno studio approfondito da compiere seguendo due metodi. La forma accademica che consiste nel conseguimento di una laurea in Filosofia.

 

Essa si articola intorno a quattro grandi aree:

- il produrre tecnico e quello artistico (filosofia della tecnica, estetica, economia);

- il ricercare scientifico sulla natura, sull’uomo e sul linguaggio (la ricerca del vero, il "conosci te stesso" e l’indagine sulla natura della mente e delle funzioni cognitive) ;

- l’agire morale e quello politico (la ricerca sul rapporto fra diritto e giustizia, fra bene individuale e bene comune);

- l’interrogare circa i fondamenti del pensiero e del reale (logica, metafisica e teologia)

Il possesso di una solida conoscenza della storia del pensiero filosofico e scientifico dall'antichità ai nostri giorni e di un'ampia informazione sul dibattito attuale nei diversi ambiti della ricerca filosofica, può essere sufficente per accreditarsi il titolo di filosofo? Non credo, dato che è necessaria la padronanza della terminologia e dei metodi riguardanti l'analisi dei problemi, le modalità argomentative, l'approccio ai testi (anche in lingua originale); la padronanza dell'uso degli strumenti bibliografici. Lo scopo minimo sarebbe di essere in grado di fare una ricerca e di scrivere una relazione chiara, in qualunque campo, distinguendo i concetti fondamentali dagli altri e ragionando in maniera corretta?

Se inoltre come spesso mi capita mi domando quale è l’origine delle scienze e della tecnologia moderne e delle loro grandi scoperte, dovrei dedurne che il mio interesse per una riflessione filosofica sull’uomo e la sua storia, sulle ragioni dell’agire individuale e collettivo e sulle diverse forme che tale riflessione ha assunto nel corso della storia del pensiero filosofico, è vivo e assetato di risposte. Bene, la filosofia può aiutarmi in tutto questo, anche se non l’ho mai studiata sinora (a parte i numerosi libri letti). Anche molte altre letture e riflessioni in effetti, la psicologia, le scienze matematiche e fisiche, le scienze cognitive, e con loro tanti campi di ricerca contemporanei, hanno avuto origine dalla filosofia. Percui alla fine le mie letture diversificate riconducono alla filosofia. Altre ragioni che conducono a questo studio e la constatazione che la letteratura e la riflessione sulle arti si sono nutrite di idee filosofiche e continuano a farlo, specialmente la musica. Ma anche lo studio dei simboli che si incontrano nelle opere d’arte, l’iconologia, richiede competenze filosofiche. La filosofia è poi la materia che meglio di ogni altra può abituare al ragionamento logico e critico e a distinguere le argomentazioni buone da quelle cattive, le idee fondamentali da quelle di importanza secondaria, rendendoti capace di sintesi. Essa è nata proprio a questo scopo. Ed è una pratica utilissima alla ricerca in ogni campo, non solo umanistico. Non avendo in ultima analisi ne il tempo materiale ne le risorse economiche ho escogitato le seguenti strategie per giungere in forma autodidatta o perlomeno avvicinarmi agli stessi risultati: Seguire la lettura sulla filosofia moderna, seguendo secondo il mio interesse l'epoca sia dell'illuminismo e del positivismo. L'iiluminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Montesquieu ne è uno dei più autorevoli rappresentanti, affermando che l'illuminismo mira a liberare l'uomo dai suoi vincoli e pregiudizi imposti dalla tradizione e dalla morale in particolare modo dalla chiesa. E così via per passare all'epoca dell'empirismo di Locke che sosteneva che la conoscenza umana trae tutto il suo materiale dall'esperienza. Berkley anticipa l'idealismo hegeliano, soffermandosi su come l'essere delle cose consiste nel loro essere percepite. "Esse est percepi". L'empirismo nega che gli esseri umani abbiano idee innate o che qualcosa sia conoscibile a prescindere dall'esperienza. In contrasto con i razionalisti della quale fanno parte Cartesio che estese la concezione razionalistica e matematizzante della conoscenza. Il suo pensiero considerato come fondamentale nella fondazione della filosofia moderna si esprime cosi: « Volendo seriamente ricercare la verità delle cose, non si deve scegliere una scienza particolare, infatti esse sono tutte connesse tra loro e dipendenti l'una dall'altra. Si deve piuttosto pensare soltanto ad aumentare il lume naturale della ragione, non per risolvere questa o quella difficoltà di scuola, ma perché in ogni circostanza della vita l'intelletto indichi alla volontà ciò che si debba scegliere; e ben presto ci si meraviglierà di aver fatto progressi di gran lunga maggiori di coloro che si interessano alle cose particolari e di aver ottenuto non soltanto le stesse cose da altri desiderate, ma anche più profonde di quanto essi stessi possano attendersi » (Cartesio da "Discorso sul metodo).

Ho voluto espressamente presentare una breve panoramica sui vari pensatori, senza dare un giudizio definitivo in quanto non sarebbe metodicamente saggio farlo. Lo sviluppo segue un solco diviso a secondo di ciò che si vuole esprimere. Secondo la scienza matematica non bisogna fare affidamento ai propri sensi, ritienendo che i pensieri di cui possiamo essere certi sono evidenze primarie alla ragione. Tutto ciò è in contrasto con l'empirismo che ha come sua dottrina la convinzione che la conoscenza umana deriva in primo luogo dai sensi e dall'esperienza. Come ultima riflessione mi chiedo se è meglio per il mio sviluppo personale affidarmi alle mie sensazioni interne o esterne nel giudicare la veridicità della realtà, oppure affidare all'empirismo del tipo aristoteliano che non teneva conto dei progressi scientifici avvenuti nel corso del tempo? È semplice scrittura da passatempo la mia esposta nel "mio cammino", o riuscirei a trarne un filo conduttore che con vigore e fertile motivazione mi indichi una strada da seguire. La felicità sarebbe maggiore se il mio vagare pseudo filosofico possa evitare l'uso moderno del termine "razionalismo", che indica la convinzione che i comportamenti e le credenze dell'uomo dovrebbero basarsi sulla ragione piuttosto che sulla base della fede e dei dogmi religiosi.Dare una forma al proprio pensiero significa scoprire il significato della propria vita e del proprio destino. Se ciò mi condurrà ad accrescere la mia autostima ben venga. Per quanto riguarda "i lettori" mi pronuncio con una citazione appropriata di Nietzsche: « un paio di lettori, di cui si nutra stima, altrimenti nessun lettore ».




la dialettica 17/05
La dialettica è un tipo di metodo argomentativo nella filosofia. L'origine di questo metodo nella discussione di tesi filosofiche può essere ritrovato nei dialoghi platonici, dove Socrate cerca di trovare le contraddizioni interne nelle tesi dell'interlocutore. (dialéghesthai, da cui la parola 'dialettica', significava in greco antico 'discutere', 'dialogare')

Ad esempio, nell'Eutifrone, Socrate chiede ad Eutifrone di dare una definizione di pietà. Eutifrone risponde che pio è ciò che è amato dagli Dei. Socrate però gli rinfaccia che gli dei sono litigiosi, e che i loro litigi, come quelli umani, riguardano gli oggetti di amore ed odio. Eutifrone ammette che questo è infatti il caso. Perciò, prosegue Socrate, deve esistere almeno un oggetto che è amato da alcuni Dei ma odiato da altri. Di nuovo Eutifrone assente. Socrate poi conclude che, se la definizione di pietà data da Eutifrone è vera, allora dovrebbe esistere almeno un oggetto che è allo stesso tempo sia pio che empio (giacché è amato da alcuni Dei, ma odiato da altri) - il che, ammette Eutifrone, è assurdo.

Questo modo di procedere nel ragionamento, partendo da una tesi, cercare di trovarne le contraddizioni interne, è tipico della dialettica socratica, e si chiama maieutica.

Lo stesso argomento è trattato da Aristotele, ne I topici (sillogismi) e negli Analitici primi (struttura dei sillogismi) e secondi.

Arthur Schopenhauer ha osservato che la logica ricerca la verità, ma la dialettica si interessa solo del discorso. L'unica dialettica veramente importante è dunque la dialettica eristica, ossia l'arte di ottenere ragione. Secondo Schopenhauer è più importante vincere la battaglia verbale, specie davanti ad un pubblico, piuttosto che dimostrare di aver ragione. Questo perché il pubblico potrebbe non essere interessato alla verità dell'argomento, ma solo allo scontro verbale, e quindi non avere la pazienza o la preparazione necessaria a seguire la dimostrazione. Per ottenere ragione, e vincere lo scontro, è dunque lecito utilizzare ogni argomento a favore.

Nel mio mondo la dialettica ha poco rilievo all'apparenza, ma in realtà è parte integrante del mio dialogare con i miei colleghi sul lavoro ad esempio piuttosto che nel dialogare con gli amici sui più svariati temi. È si un'arte sapere districarsi per volere la ragione se è questo il nostro scopo. Si può anche adottare nella dialettica un metodo che ci permetta di uscirne da "vincitori" pur dovendo accettare la tesi opposta del nostro interloqutore. La dialettica è finalizzata al raggiungimento di una verità condivisa dai partecipanti a una discussione mediante un gioco di domande e risposte, e in tal senso essa si distingue dall'eristica, che è l'abilità di prevalere nelle contese verbali. Spesso si adotta la seconda abilità ma non avendo un vocabolo appropriato si passa all'arroganza o all'ira per impressionare l'altro che sentendosi accerchiato dalle domande o allusioni provocatorie lascia il terreno dello scontro (ormai degenerato), lasciando la ragione. In tal senso essa si distingue dall'eristica, che è l'abilità di prevalere nelle contese verbali. Io preferisco di gran lunga la dialettica all'eristica, anche se a volte è necessaria la seconda per prevalere sugli arroganti convinti di soprafarre con la prepotenza. L'unica dialettica veramente importante è dunque la dialettica eristica, ossia l'arte di ottenere ragione nel caso di una contesa verbale, specie davanti ad un pubblico, piuttosto che dimostrare di aver ragione. Chi disputa non lotta per la verità ma per imporre la propria tesi. Il fine della dialettica è di tipo pratico e non teoretico. Distinta dalla logica naturale, la dialettica naturale può diventare oggetto di addestramento attraverso l’esercizio. Per concludere la mia breve analisi sulla dialettica ho appreso due diversi concetti di essa. La prima quella platonica che ha come scopo finale la ricerca di una verità in comune, e la seconda più attuale specie nel mondo attuale fatto di dispute e lotte, che è quella di Schpoenhauer chiamata "dialettica eristica" come arte di disputare in modo da ottenere ragione con mezzi leciti e illeciti. La mia terza forma di dialettica è di stampo buonistico e incline alla tesi platonica, piuttosto che all'eristica. La dialettica, nell’ottica di Schopenhauer, sta nel mezzo tra logica e sofistica. Per me invece conta condurre il discorso oltrepassando la propria opinione e seguendo il ragionamento esposto ricercare la verità più probabile. Ma ciò richiede doti poco comuni degli interlocutori quali il rispetto, la pazienza e sopratutto il dono verso il bello e l'armonioso oggetto chiamato l'amore verso la dottrina della conoscenza.


La propria realtà 20/04
È definita come ben sappiamo dall'ambiente e dalla cultura, che determina sia i nostri costumi come anche le nostre credenze, superstizioni e morale. Si distingue (la realtà) da molti aggettivi come virtuale, contemporanea, sociale ecc..Se noi la intendiamo interiorizzare la chiameremo "spiritualità" e tutto il resto è parte del nostro mondo razionale che dall'epoca rinascimentale tramite la scienza determina lo stato delle cose, i mecchanismi e le leggi che cinque secoli di progresso hanno cambiato radicalmente il nostro modo di vivere. Abbiamo acquisito molte capacità tramite il progresso e di questo ne siamo grati a tutta l'evoluzione della technica. È un percorso senza ritorno quello iniziato che determinerà il nostro futuro in ogni senso. La scienza empirica è stata di grande aiuto, non ponendo le proprie verità come assolute ma dei passi per avvicinarsi ad esse. In principio viene esposta una ipotesi di ricerca a cui seguono degli esperimenti che contengono tale teoria. Se gli esperimenti avranno un esito positivo confermeranno l'ipotesi che non avrà un valore definitivo, dato che ogni risultato potrebbe essere frutto del caso. Si cercheranno più avanti delle conferme e nuovi esperimenti che validino tale ipotesi ecc.. Ogni scienza empirica è basata su questo processo di principio chiamato anche "trial and error" ovvero processo di "esperimento ed errore" . Viviamo in una epoca dominata dal progresso della conoscenza sviluppatasi secondo il principio sopra enunciato. Niente potrà ritenersi definitivo, fintanto che nuove ipotesi contraddiranno quelle ormai superate e scarsamente utili. Sapere che la terra gira come gli altri pianeti intorno al sole può semprare una certezza nel nostro universo, ma questo non esclude altre realtà a noi sconosciute. In tutto questo mondo e realtà intorno come e dove collocare la propria realtà? Vi è paradossalmente sia bisogno di materializzare come anche spiritualizzare le nostre menti. Ognuno può scegliere al proprio gusto o preparazione, meta e aspirazione o semplicemente superficialità in quale direzione orientarsi. Vivere eticamente lontani dal progresso è impossibile e pericoloso, mentre vegetare nel materialismo è più comodo e producente per le menti poco raffinate e rassegnate dai propri limiti non riconosciuti ma sostituiti dal mantello dell'ipocresia dell'apparire.

Platone si serve del celeberrimo mito della caverna,forse il più famoso mito platonico,dove emerge tutta la sua filosofia:

Descrive una caverna profonda stretta ed in pendenza,simile ad un vicolo cieco.Sul fondo ci sono gli uomini,che sono nati e hanno sempre vissuto lì; essi sono seduti ed incatenati,rivolti verso la parete della caverna: non possono liberarsi nè uscire nè vedere quel che succede all'esterno. Fuori dalla caverna vi è un mondo normalissimo: piante, alberi, laghi, il sole, le stelle... Però prima di tutto questo, proprio all'entrata della caverna, c'è un muro dietro il quale ci sono persone che portano oggetti sulla testa: da dietro il muro spuntano solo gli oggetti che trasportano e non le persone: è un pò come il teatro dei burattini,come afferma Platone stesso. Poi c'è un gran fuoco, che fornisce un'illuminazione differente rispetto a quella del sole. Questa è l'immagine di cui si serve Platone per descrivere la nostra situazione e per comprendere occorre osservare una proporzione di tipo A : B = B : C La caverna sta al mondo esterno (i fiori,gli alberi...) così come nella realtà il mondo esterno sta al mondo delle idee: nell'immagine il mondo esterno rappresenta però quello ideale tant'è che le cose riflesse nel lago rappresentano i numeri e non le immagini empiriche riflesse. Si vuole illustrare la differenza di vita nel mondo sensibile rispetto a quella nel mondo intellegibile. Noi siamo come questi uomini nella caverna, costretti a fissare lo sguardo sul fondo, che svolge la funzioni di schermo: su di esso si proiettano le immagini degli oggetti portati dietro il muro. La luce del fuoco, meno potente di quella solare, illumina e proietta questo mondo semi-vero. Gli uomini della caverna scambieranno le ombre proiettate sul fondo per verità, così come le voci degli uomini dietro il muro: in realtà è solo l'eco delle voci reali. Gli uomini della caverna avranno un sapere basato su immagini e passeranno il tempo a misurarsi a chi è più bravo nel cogliere le ombre riflesse, nell'indovinare quale sarà la sequenza: è l'unica forma di sapere a loro disposizione ed il più bravo sarà colui il quale riuscirà a riconoscere tutte le ombre.

Molte persone hanno paura di cambiare. Lo so perché anch'io l'ho avuta. Ho dovuto lasciare andare qualcosa che mi era familiare in cambio di qualcosa che mi era sconosciuto. Infine ho deciso di non dare niente per scontato di ciò che appare essendo sempre soggettivo all'occhio di chi osserva. Rimanere rinchiusi nella caverna, seguendo la metafora di Platone è abberrante, e ci priva da quel mondo sensibile per noi già limitato per ovvie ragioni fisiologiche. Spetta al nostro intelletto superare questa barriera tramite la conoscenza e la riflessione. Vorrei sottolineare che non siamo più solo spettatori attoniti delle rappresentazioni del mondo, come era normale in epoche passate quando la cultura era riservata a pochi prediletti e in possesso sia di molto tempo e denaro per dedicarsi allo studio. Oggi siamo spettatori attivi, componenti di un ambiente che solo ora si è disposti a comprendere in tutta la sua complessità. La mia diventa la nostra realtà e i segnali di una mutazione culturale e antropologica che corrisponde ad un'espansione della coscienza evolutiva sono disponibili. Utilizziamo tutti i mezzi disponibili offerti dall'epoca in cui viviamo per seguire ciò che J. Krishnamurti disse:

"Gli insegnamenti sono importanti di per sè, commentatori e interpreti possono solo distorcerli. E' consigliabile andare direttamente alla fonte, agli insegnamenti stessi, senza passare attraverso nessuna autorità."

Solo così agendo la propria realtà avrà valore.





Perché il mondo? 12/03
Che cosa c'era prima? Prima del big bang o del "principio" biblico? La mitologia classica narra di un cosidetto "brodo primordiale", di oscurità e caos infinito. Nel corso di milliardi di anni quel disordine, acquista un'ordine. Ed è in questo passaggio attraverso l'origine che si spendono i perché della scienza e della fede. Democrito, il lontano padre del pensiero scientifico, sostiene la casualità dell'universo; gli atomi della materia, secondo i suoi studi, si mescolano senza guida e senza scopo. Platone, invece, è il filosofo greco che anticipa la nozione giudaico-cristiana di "creazione". Per lui si deve ricondurre il mondo a una causa, alla mano di un artefice intelligente. Io dividerei il quesito in due affermazioni:

Il mondo esiste per una causa
Il mondo materiale non basta a spiegare l'origine del mondo, afferma Platone. "L'universo - sostiene - è stato realizzato da un Artefice con ragione e intelligenza", è il risultato di un progetto e di un'azione. Il cosmo , infatti, si fonda su una causa che è rappresentata dal Demiurgo, la figura divina che ha sostituito il caos con l'ordine scegliendo il modello del "vivente in sé". Il mondo si presenta quindi come un organismo gigante, dotato di un'anima e di un corpo.

Il mondo esiste per caso
Democrito, discepolo di Leucippo, il fondatore del primo atomismo, viene considerato il padre della scienza. Nelle pagine del suo Piccolo ordinamento del mondo descrive la materia: un insieme di atomi che si aggregano e si disgregano seguendo la legge della casualità. Le varie "forme indivisibili" si muovono spontaneamente incontrandosi e scontrandosi in una vibrazione eterna, da cui si sviluppano quei vortici che generano le cose, anch'esse destinate a scindersi e a distruggersi.

Ho estratto queste affermazioni da due dei padri della nostra filosofia occidentale, per dare inizio alla mia tesi che non vuole essere originale, unica, assoluta ma essenzialmente basata su dei semplici ragionamenti di essere pensatore. Questo universo esiste perchè esiste l'uomo con un suo unico divino creatore, oppure è la casualità che lo regge? Se lo è la casualità non siamo noi uomini i destinatari dell'ordine e della bellezza di tutto ciò che è esistente. Siamo in questo caso un aggragato di atomi e nient'altro. Il macrocosmo è per noi esseri limitati in minima parte conosciuto, noi nel insieme del tutto ciò che esiste ne siamo un microcosmo o figli del caso. L'universo è stato creato perchè esiste l'uomo? Secondo Platone il destinatario ti tutto l'universo è l'uomo. Secondo la visione biblica - dominata dall'antropocentrismo "(dal greco ?????p??, anthropos, "uomo, essere umano", ???t???, kentron, "centro") è la tendenza - che può essere propria di una teoria, di una religione o di una semplice opinione - a considerare l'uomo, e tutto ciò che gli è proprio, come centrale nell'Universo." e, in parte anticipata da Platone, - l'universo è stato creato in modo che l'uomo potesse approdarvi, prendere posto e ammirare la bellezza degli spettacoli naturali, emozionarsi. Gli scienziati sostenitori del "principio antropico" (ogni teoria valida dell'universo deve essere consistente con la nostra esistenza) parlano di evoluzione interna della materia, di un'intelligenza ordinatrice che guida l'universo verso l'apparizione della coscienza, della mente umana. Io credo pur essendo un grande estimatore di Platone e in genere della scienza, in nessuna delle due ipotesi. Perchè dovremmo considerarci sempre al centro di tutto? Solo perchè abbiamo una mente per pensare ed avendo formulato infinite teorie, ci prendiamo il diritto di considerarle giuste. Quand'è che riconosciamo i nostri limiti di infinitamente piccoli quali noi siamo?
Ecosofia
Qui faccio ancora uso di un termine enunciato dal filosofo Arne Næss all’università di Oslo nel 1960. Secondo cui il fondamento del movimento di Ecologia Profonda, che invita ad un rovesciamento della prospettiva antropocentrica: l’uomo non si colloca alla sommità della gerarchia dei viventi, ma si inserisce al contrario nell’ecosfera; l’uomo è una parte nel Tutto. È questa a mio avviso la visione più giusta. Si può filosofare all'infinito senza arrivare a delle conclusioni, ma essendo io di natura agnostico ritengo di essere più vicono alla realtà. Sarebbe da chiedersi a dove porta chiedersi il perchè del mondo e di tutto ciò che lo circonda. Abbiamo semplicemente un compito o dovere da compiere nella nostra vita, al di là delle nostre aspirazioni, sogni, idee ed'altro, ed è quello di mantenere il nostro ordine nell'equilibrio già collaudato da madre natura, ossia riprodurci e utlizzare i nostri sforzi affinchè i nostri figli possano fare lo stesso. Senza timori o sensi di inferirità nell'affermare i nostri limiti, possiamo al massimo controllare la natura fintanto che essa ce lo permetta, ma poi inevitabilmente rientrerà l'ordine supremo dato dal suo equilibrio.




Il tempo solo denaro? 17/02 (Oppure su come riflettere sul valore della lentezza)
Perchè è scomparso il piacere della lentezza, mi chiedo. Schiacciati dai ritmi frenetici della vita quotidiana, in cui non solo non troviamo il tempo per gli altri ma raramente per noi stessi. Imbevuti di ossessività da consumo, idee, riflessioni o paesaggi sembrano un ricordo ormai perso. La lentezza sembra essere un concetto inattuale come la morte da evitare costi quel che costi. La creazione artistica di scritture, musiche, o la contemplazione estetica o se vogliamo il dialogo con un Dio o ancora l'ascolto del prossimo. Questo lusso chiamato tempo da definire senza pudore passato all'oblio, io rivendico con queste mie frasi scritte dal mio angolo di vita anonimo ma che io posso permettermi. Io mi ribello a simili tirannie. Tento ogni giorni di ritagliarmi almeno tre ore di senso autentico del tempo, per godere fino in fondo di quella dimensione dell'animo di cui parlava Sant'Agostino e in virtù della quale il presente, che rapidamente si trasforma in futuro, lascia molte traccie dentro di me. La migliore complice come per molte altre vicende è la natura, di cui non potrò mai non sentirmi complice e schiavo di essa. È lei che guida i nostri più remoti istinti, senza che noi consapevolizziamo questo suo schema. Non siamo noi il centro dell'universo, non esiste una divina provvidenza che sentenzia ogni nostro agire, ma semplicemente noi e gli altri confrontati con l'ambiente e le sue trasformazioni. Cosa spinge, io domando a chi legge, la gente a correre a perdifiato, smarrendosi nel vuoto di un tempo accelerato? Cosa mi fa sentire felice? Le cose che io acquisto o il loro utilizzo? Dovrebbe esserne l'utilizzo banalmente riponderei. Ebbene cos`è che mi spinge a sostituire cose nuove con altre nuovissime? Non era forse l'utilizzo di quei beni lo scopo? Cosa hanno le cose o i miei progetti di potere per raggiungere mete sempre più alte di acquisto, di così importante da estinguerne l'uso permamente, intelligente e duraturo. È sicuramente l'uso che mi permette di ritenermi soddisfatto piuttosto che l'azione di guadagno. Se io accumulo sempre più denaro, avrò investito gran parte del mio tempo in questa opera. Essa consiste oltre all'impegno una dedizione totale di focalizzare tutte le mie energie per il raggiungimento di tale scopo. Ecco spiegato "il tempo è denaro". I bambini ancora possiedono l'istinto di attività per noi da "perditempo". Come il seguire un'ape da un fiore all'altro, il formarsi di una colonia di formiche che assaltano un pezzo di pane oppure il costruire delle minicitta con il lego o tutto ciò che hanno a disposizione. Ma ecco che interveniamo noi adulti con l'insegnamento che solo con l'impegno di attività "importanti" essi avranno un futuro assicurato. Ultimamente leggendo un bel libro divertente sulle nuvole siamo usciti in un grande prato al lato di un bosco circondato da molte colline. Abbiamo così contemplato il cielo che nonostante fosse una giornata soleggiata, veniva disegnato da vari solchi di nuvole di varie forme e dimensioni. Esse (le nuvole) formano sulla base di molti fattori climatici quali l'umidità, la pressione il vento e la temperatura le più svariate forme. In esse si possono riconoscere delle sagome che la nostra fantasia ci detta. Dal lato razionale abbiamo poi esaminato il significato del cielo che si presentava ai nostri occhi, deducendone che la serata sarebbe stata ugualmente mite e piacevole. In serata poi con una mappa disegnata su di una sfera di plastica che rappresentava l'intera costellazione celeste, scrutando attentamente abbiamo intravisto la costellazione di orione ed'altre figure create da molte infinite stelle. Ecco il tutto cia ha rubato qualche ora del nostro "tempo denaro", ma ad'un ritmo lento che per l'intensità dell'interesse da parte dei miei figli è sembrato un'istante.

Credo che oggi la gente non sia più in grado di stare con se stessa, malsopportando i tempi vuoti, le pause, i silenzi. Abbiamo (io no) le agente strapiene di appuntamenti in modo da arrivare in fondo alla settimana senza avere mai avuto l'occasione di trovarsi faccia a faccia con il propio io. Questa filosofia della lentezza è sul punto di estinguersi, poichè il mondo contemporaneo non ammette i tempi vuoti, l'inattività! Vi sono molti ladri di tempo, che imponendoci ritmi di vita forsennati, ma anche quei ritardatari che, all'opposto, ci fanno rimandare la realizzazione dei nostri piani.

Accorgimenti per adottare uno stile di vita più lento, più umano:

1) Soforzarsi di essere più allegri e gentili in casa, sul lavoro o in genere in società.
2) Mostrare disponibilità
3) Dare informazioni, consigli a chi ce li chiede
4) Ascoltare gli altri
5) Nei tempi "vuoti" fermarsi per contemplare o riflettere su cose che alimentano lo spirito
6) Conseguire un'attività sportiva che impegni si il nostro fisico ma anche ci dia evasione
7) Fermarsi ad'ascoltare in casa della musica che sublimi il nostro gusto
8) Fare tutto ciò che per l'intensità, ci ferma il tempo per quanta passione ci procura

Vivere con lentezza, dunque significa innanzitutto aprirci agli altri, ma anche contemplare la bellezza di opere d'arte o di musica del passato ormai dimenticate. La bellezza è un valore che si può comprendere solo con la lentezza e calma, che è sempre stata prerogativa della cultura e dello stile di vita mediterraneo o per esempi di molte culture non influenzate dalla modernità. Anche nel mangiare possiamo adottare questo stile di lentezza, passando a tavola con la nostra famiglia o amici ore intense di piacere culinare e di compagnia. È questa ancora una delle ultime ricchezze rimaste all'uomo.



L'Età dell'idealismo (Formazione e lavoro) 01/02
Promotore di queste tesi sul principio pratico e non morale dell'esistenza fu "Georg Wilhem Friedrich Hegel" (1770 - 1831). Durante l'epoca Napoleonica, il congresso di Vienna sopratutto in Germania si afferma L'Età dell'idealismo. Dopo la caduta degli ideali della rivoluzione francese, delle idee illuministe in seguito, portano a un rifiuto in blocco di questi ideali superati. Nell'Illuminismo si esaltano le forze istintive e irrazionali dell'uomo (Goethe, Schiller). In quest'epoca di "Sturm und Drang" che si manifestò in Germania sotto forma di romanticismo vero e propio. Il romantico sente di avere perso la propia unità con la natura, provando un sentimento di nostalgia per essa e tende a riconquistarla mettendoci slancio e passione oltre a genialità. È in questo periodo che arte e religione vengono esaltate come non accadeva da secoli. È in questo frammento di storia (1700 - 1850) che si forma l'età dell'idealismo. L'idealismo è la filosofia che meglio esprime la sensibilità romantica. Promotori e principali rappresentanti sono Fichte, Hegel e Schilling. Senza approfondire oltre il tema sull'Idealismo vengo al punto che vuole condurre il mio pensiero iniziale. Ovvero quanto valore hanno la formazione e il lavoro oltre che per la società con le sue trasformazioni, per noi stessi individui? Hegel approfondisce in parcolar modo le tesi di Kant e in particolar modo la sua riflessione su morale e religione. Celebre la sua frase scritta in una lettera "con un impiego e una donna si ha tutto in questo mondo". L'uomo non è altro che la serie delle sue azioni disse Hegel in una delle sue frasi famose. Io aggiungo, che tramite la formazione l'uomo raggiunge i suoi obbiettivi non solo professionali. È questa l'incomprensione che regna nel sistema scolastico in Svizzera della quale posso parlare per esperienza diretta. L'impiego o lavoro è si al centro dell'esistenza ma non deve divenire l'unica risorsa cosciente. Vi sono dunque diversi livelli della coscienza. Un primo livello coglie la vita là dove essa è, nell'io. Un secondo livello coglie anch'esso la vita là dove essa è, ma la concepisce - al di fuori di una esperienza reale in un vivente, il soggetto pensante. Ecco la vera formazione inizia dalla propia e spontanea volontà di ampliare il secondo livello di coscienza, che consiste nell'apprendimento del pensare. Pensare con le propie idee, realizzando una propia volontà di pensiero. L'opposto di ciò che oggi l'uomo moderno segue. In questa mia eretica valutazione sul divenire della coscienza in decadenza del genere umano io colgo molti lumi di speranza tramite l'intera massa di pensiero generatosi attraverso i secoli da tutti i grandi pensatori scientifici, filosofici ed'altre arti di pensiero. Cosa può darci la formazione odierna oltre alla carriera lavorativa, oltre alla selezione artificiosa dettata dalle propie origini o colore della pelle, che determinano il grado sociale?. Tutta qua la formazione? È nell'espressione poetica che mitologica che io vorrei in contrasto con il mondo virtuale cogliere le delizie più sottili e gioiose di vera felicità. La mia formazione a scopo lavorativo altro non è stato che un mezzo, per avere tempo e tranquillità sufficente per dedicarmi allo studio dell'inesplorato dalla mia mente.





Periodo 2007

L'arte dell'umorismo e la satira
Sapere far ridere è secondo l'opinione comune un'arte in realtà alcuni hanno questo dono altri ci provano senza successo. La satira non è altro che una polemica nei confronti di chi ci opprime, è dunque una forma di protesta e incitamento ad una critica più severa. Spesso dipende dalla cultura del paese in cui si esprime, e può essere sottile o aggressiva. In ogni caso è voluta o meno dal potere politico/economico che pone dei limiti ben definiti. Quando questi limiti vengono superati le si pone il nome di censura. Nascono così attraverso la poesia, nella narrativa, nei saggi, negli aforismi, le barzelette, nelle caricature dei giornali. Vi è sempre un sarcasmo che accompagna queste espressioni. Nell'umorismo vengono capovolti i sensi comuni, le situazioni più paradossali si presentano mostrandoci così come siamo realmente smascherando sia le nostre debolezze piuttosto che le nostre ignoranze. Vi sono inoltre le barzellette che non ho mai saputo o voluto raccontare per via del finale scontato, nel quale si aspettata da parte di chi racconta la risalta. Questa mancanza di spontaneità mi ha sempre imbarazzato più per il barzellettiere che per me stesso. Vi sono poi le eccezzioni di personaggi unici che le sanno raccontare in modo esemplare allora li si che rientra la spontaneità. Ma sono casi rari e spesso legati al mondo dello spettacolo televisivo. Nella storia della filosofia che io conosca vi è poco umorismo da raccontare purtroppo. La satira e l'umorismo non ne fanno parte e questo contraddice il senso del filosofare. Per Immanuel Kant, come è noto, le grandi domande della filosofia possono ridursi a tre: che cosa posso sapere? che cosa devo fare? che cosa mi è dato sperare? Ma tutte e tre, secondo Kant, riconducono ad un solo interrogativo essenziale, che le comprende: che cos’è l’uomo? Ecco questo continuo porsi domande senza cercare le risposte nell'agire che parte dell'uomo stesso, e tra questi le attività che ci allievano la vita quali la risata. Sicuramente questa serietà ha contribuito a rendere questa attività cerebrale una forma di studio per pochi eletti studiosi e lontano sempre più dall'uomo comune. Per tornare alla satira essa ha sempre avuto un  significato di fondo è sempre restato invariato, in pratica attraverso una forte ironia ed un sarcasmo portato agli estremi, in ogni epoca vengono attaccati governi, istituzioni, idee o personaggi potenti e con loro la corruzione, i vizi e la stupidità dell'uomo. In essa vengono capovolti i rapporti di autorità, stravolte le convenzioni. Direi che come lo sport nazionale di ogni paese assume un ruolo di valvola di sfogo per noi del popolo, per le masse. In un certo senso la satira è pura logica, e spietata filosofia nella quale il suo valore è estetico, etico e pragmatico!!! Mettendo in risalto le nostre debolezze, stupidità o meno dei governanti, personaggi famosi e il più delle volte riuscendoci. La satira dovrebbe anche essere una forma di protesta delle follie del mondo. In fondo sono dei Robin Hood moderni che danno voce a chi non ha voce (cioè noi). Putroppo i grandi autori di satira sono sconosciuti al grande pubblico teleconsumatore, e quei pochi divenuti famosi tramite il piccolo schermo a secondo del grado di libertà del propio paese, sono attivi e conosciuti a censurati. Dato che sono poche le satire o i momenti di umorismo vero spontaneo, si tende sempre più ad'una mancanza di autocritica sia verso noi stessi come anche di chi ci governa. Per concludere dato che la serietà seppure condita di cultura non è propio la mia unica natura, alcune battute del personaggio che più di ogni altro incarna per me il vero satirico nel panorama dei personaggi italiani.

Daniele Luttazzi

Le battute:

  • NEW YORK - Mike Tyson ha avuto un incidente cadendo in moto. S'è rotto una costola. E così ha staccato la marmitta con un morso.
     

  • MUCCA PAZZA - Il governo inglese ha fatto ritirare dal commercio venticinque mila tonnellate di carne. Non vogliono correre rischi. Per maggior precauzione hanno ritirato anche Pavarotti, che stava cantando all'Opera.
     

  • STATISTICHE - Secondo un recente sondaggio, il 50% dei coniugi italiani ha avuto una storia con qualcun altro. Il 50%! Sapete cosa significa? Se non sei tu, è tua moglie.
     

  • CAPODANNO - Potenti fuochi d'artificio hanno salutato come sempre a Napoli l'arrivo dell'anno nuovo. E, come sempre, le mamme calmano i bimbi piccoli che si spaventano dicendo loro che è solo una sparatoria.
     

  • CAMBIO DI STAGIONE - Primavera: il periodo dell'anno in cui vi arriva a casa il tecnico per riparare la caldaia che s'era rotta a novembre.
     

  • TABACCO - Mio zio ha fumato quattro pacchetti al giorno per vent'anni. Per fortuna ha smesso prima che diventasse un vizio.
     

  • BILL CLINTON - Obiettivo: catturare Saddam Hussein (un obiettivo a caso, n.d.r.). Ma sarà difficile perché Saddam dorme ogni notte in un posto. Come Clinton.
     

  • NEONATI - Debbie Rowe, la moglie di Michael Jackson, ha avuto un bambino. Jackson è felicissimo. Ha detto: "un bambino! Non vedo l'ora che mi porti a casa i suoi amichetti".
     

  • ROMA - Il Presidente del Consiglio ha annunciato un impegno straordinario del governo per il lavoro nel Mezzogiorno. Mangerà più pizza.
     

  • SPAZIO - Scoperta shock della Nasa: c'è acqua sulla Luna. E questo è niente: su Giove è pieno di Sprite.
     

  • DIVIETI - Una legge metterà al bando i pitbull. Peccato. I pitbull sono così utili. Un pitbull lo fai crescere, lo allevi, lo addestri: nel giro di quattro anni ti uccide.





Sapere sul mondo che mi circonda
È sempre stato un mio desiderio apprendere cose sul mondo che mi circonda. In principio quando le mie capacità riflessive erano limitate dall'età, inesperienza e influenza degli adulti io percepivo il mio ambiente come qualcosa di scontato. Ero molto limitato dai troppi "tu devi" dell'educazione impartita da mia madre, gli insegnanti e in seguito il datore di lavoro. Avendo però fortunatamente sempre coltivato il grande dono della lettura 20 anni fà feci una lista immagginaria delle cose che avrei voluto conoscere da vicino. Misi nella lista la filosofia, psicologia, storia, scienza, astronomia, mistica e religione. Solo oggi mi rendo conto che tutto questo mio indagare e scoprire avrebbe in seguito plasmato il mio modo di essere oggi, e in genere tutte le scelte da me optate. In questo non vi è nulla di scontato e straordinario. Era mio intento dominare il mio ambiente per fare le scelte migliori attraverso la conoscenza. Ebbene devo dire che ho avuto ragione nel compiere quelle scelte. Anche se il mondo appare sempre più complesso e indecifrabile io perlomeno nel mio piccolo che ai miei occhi appare il più grande, comprendo sempre meglio i mecchanismi che dirigono il mondo. Pur essendo privo di titoli universitari umanistici o scientifici, non mi sono mai dato per vinto nell'apprendere attraverso le letture ciò che stimolava il mio interesse. In pratica è ancora oggi la mia più grande passione. Ovunque io possa trovarmi e in qualsiasi momento ho sempre un "messale" sotto braccio. L'unico rammarico è l'incomprensione di coloro che non hanno seguito il mio cammino conoscitivo, e poco a poco allontanatosi dalla mia realtà. Il rispetto e l'amicizia valgono più di ogni conoscenza, ma la comunanza di interessi fa si che vi sia o appunto non vi sia più, un dialogo di interesse o stimolo nel incontrarsi. Non è il mio nichilismo o arraganza ma la consapevolezza che, più sappiamo e più ci allontaniamo da coloro che per pigrizia o inerzia si sono fermati al frivolo insegnamento scolastico. La realtà purtroppo è il riconoscere che la massa va in una direzione opposta. È l'adagiarsi sulle ricompense materiali, apparenti ed effimere che alimentano sia il mercato come anche la mente dell'uomo moderno. Vivere in servizio delle merci per morire dimenticati. Mentre l'antico tutt'oggi mi persuade sempre più, con le fatiche per raggiungere i propi obiettivi dia una soddisfazione maggiore del tutto e subito. Non bisogna avere il timore di passare per dei scaduti di pensiero o non moderni, solo perchè le propie vedute rispecchiano una mentalità forse meno attuale. In fondo ad ogni azione vi è come dice il folosofo per eccelenza "una volontà non di vivere ma di potenza", percui ogni nostra azione è orientata ad'essa. Da servitori volentieri scambieremmo il ruola a padroni, dimenticando i nostri principi di giustizia e moralità di egualianza. Conoscere il mondo che mi circonda in fondo mi aiuta a consoscere ciò che più mi preme ovvero me stesso.






L'arte di farsi rispettare
È un'attegiamento e non un manuale da apprendere. Nonostante sia più difficile e attaubile per l'egoismo sempre più regnante, ognuno di noi apprende con quali persone che circondano la sua vita, possono oltrepassare la soglia dell'educazione ed agire di prepotenza e non. Si tratta della cura dei propi interessi che sono lavorativi o sociali. Abbiamo un metro di valori per ogni singola persona, e conosciamo il limite che essa ci permette di raggiungere o oltrepassare. Un tempo nell'epoca cavalleresca si risolvevano gli affronti tramite un duello, oggi che la società si è più "evoluta" e la violenza non è più legalmente accettata, vi sono molti altri strumenti per "fargliera" pagare. L'onore, o la rispettabilità, è infatti un sentimento fondamentale che tocca ciò che ciascuno è, o appare, nella mente degli altri, e tutti presto o tardi sono costretti dalle vicissitudini della vita a fare i conti con esso. È il riconoscimento sociale di ognuno di noi e come tale si ritrova in ogni tempo e in ogni società. Aristotele tratta delle virtù etiche, definisce l'onore, cioè la buona opinione che gli altri hanno di noi, come il più grande dei beni esteriori. Esso afferma, che deve essere accompagnato dala virtù. Io aggiungerei che il rispetto che gli altri ci portano, costituisce il "premio alla virtù" (praemium virtutis). Anche questo concetto viene ripreso da Tommaso d' Aquino, il quale specifica che il rispetto (onore) è "exhibitio reverentiae in testimonium virtutis". Come è cambiato oggi questo concetto del rispetto? La mia unica ed ineviquocabile risposta la formulerei così: Il rispetto oggi viene dato dalla posizione sociale che quasi sempre è dettata dalla professione dalla origine e spesso dall'aspetto esteriore. Essendo finita l'epoca in cui la cultura ha un peso rilevante nel sapere generale, oggi per avere rispetto conta possedere materialmente le cose. Il sapere o la virtù come dicevano saggiamente gli antichi pensatori conta se puoi trasformarlo in moneta! Scomparse le grandi religioni o credenze ultraterrene, oggi viviamo credendo che le cose possano darci il ripetto nella società. Altrimenti come si spiegherebbe questa sfrenata corsa allo "shopping"?
La mia "noiosa" analisi sull'arte di farsi rispettare è conclusa. Più che una divulgazione essa rappresenta un conferma, di come oggi l'uomo rispettato sia cambiato rispetto al passato.




L'intellettuale 24.02
deve vivere in disparte: Cosa ne pensate di questa affermazione? "L'intellettuale deve restare nascosto, tenersi a distanza dai giochi del potere e della politica. E' meglio vivere da governati, piuttosto che da governanti: "non c'è alcuna società tra gli uomini, ciascuno pensa solo a se stesso". Bisogna coltivare i piaceri della vita, alimentare il sapere e la conoscenza, tendere alla privazione del dolore fisico e di quello morale.




Le convinzioni filosofiche 15/05
Oggi hanno valore per pochi prediletti, che si occupano della materia peraltro difficile. Dico difficile per la nostra inclinazione ed'educazione a pensare sempre più attraverso i media o ai luoghi comuni. In più coloro che praticano il "filosofare" enunciano dei teoremi di qualche pensatore a loro caro, riempendosi la bocca di saggezza acquisita. Io dico chiunque non sia creativo non potrà fare altro che ripetere concetti già espressi. Ogni creazione richiede un sacrificio in termini di abbandonare i concetti appresi nei libri, per intrappendere una propia strada mai percorsa. Ecco in questo si distinguono i grandi pensatori del passato dai noi comuni consumatori telematici.



Il desiderio pienamente soddisfatto La frivolezza o le cose fondamenetali che noi crediamo imporatanti sono parte della nostra vita. Un desiderio quando è pienamente soddisfatto, scompare, poichè nella stessa natura, che è sempre alla ricerca di tensione, essa cerca la calma e l'appagamento. Non conoscono mai riposo le nostre richieste, per un solo ed'unico motivo. Non sono soddisfatte perchè non vengona vissute nell'istante. un'esperienza vissuta nel presente è per forza nuova, aperta all'ignoto. Questo è l'atteggiamento giusto per soddisfare ogni desiderio. Nel nostro deserto senza crescita albergano tutti i nostri desideri inespressi. Generiamo un pò più di ignoranza quando distruggiamo un'illusione, essa non genera una verità e non ci soddisfa.


 

 
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Last modified Mai 1, 2013