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Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli
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Friedrich W. Nietzsche

 



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Periodo 2013

La mia rivelazione 01/11
Da oltre 20 anni leggo e rileggo le opere di Nietzsche con assidua passione. Ho tentato di conoscere e capire molti altri autori nella loro intera dimensione sia dalla loro bigrafia e contenuto di pensieri. Sono spesso determinato e ambizioso nelle mie letture e mi ero prefisso di approfondire molti temi descritti da Nietzsche sia per la migliore comprensione o tentativo di svelarne la sua genialità, come anche da stimolo per un mio arricchimento personale. Ebbene devo dire che il seme iniziatico, che ebbe inizio con la sua opera forse più impegnativa e se vogliamo famosa per il grande pubblico (così parlò Zarthustra), in viaggio in Israele nel lontano 1990, mi ha reso una persona migliore sotto molti aspetti. Ricordo questa lettura per me all'epoca così rivelatrice di verità, mentre il paesaggio intorno a me era così surreale e allo stesso tempo adatto alle danze crudeli di saggezza che Zarthustra pronunciava agli uomini e al mio spirito così giovane e confuso da tanta bramosa verità. Credevo di sapere molte cose nella mia stoltezza, mentre leggendo tra le rive del mar morto, mi rendevo conto di conoscere molte mezze verità. Non era la sapienza proclamata dal giudizio altrui ciò che cercavo, bensì la propria stoltezza di mia volontà. In questa fune sospesa tra l'animale e il superuomo per dirla con tutta la sua poesia, provai che il mio destino era segnato, da tale affermazione. Nessun'altra sensazione è comparabile a quel viaggio e alla scoperta che il mio compito oltre al vivere era il raggiungimento di sempre più elevate mete personali.


Raccolta mista 25/09

Der ganze Bereich der Moral und Religion gehört unter diesen Begriff der imaginären Ursache

Der Begriff „Gott“ war bisher der grösste Einwand gegen das Dasein.

Der Irrtum vom Geist als Ursache mit Realität verwechselt! Und zum Macht der Realität gemacht!

Und Gott gemacht! „Götzen Dämmerung“

Anche per i più grandi uomini di stato fare politica vuol dire improvvisare e sperare nella fortuna.

Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo.

Bisogna avere buona memoria per mantenere le promesse.

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi.

C’è una baldanza nella bontà che si presenta come cattiveria.

Certe madri hanno bisogno di figli infelici, altrimenti la loro bontà di madri non può manifestarsi.

Che cosa è verità? Inerzia; l’ipotesi che ci rende soddisfatti; il minimo dispendio di forza intellettuale.

Che cosa desideriamo noi vedendo la bellezza? Desideriamo di essere belli; crediamo che a ciò vada congiunta molta felicità. Ma questo è un errore.

Che differenza resta tra un convinto e un ingannato? Nessuna, se è stato ben ingannato.

Chi combatte con i mostri deve guardarsi dal non diventare egli stesso un mostro. E se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te



Aforismi tratti da Nietzsche "idee per un nuovo millennio"

PRESUNZIONE
1201 - Esistono persone che, quando montano in collera ed offendono gli altri, per prima cosa pretendono che nessuno se ne abbia a male, e poi che tutti li compiangano per il fatto di essere soggetti a raptus così violenti. A tal punto giunge l’umana presunzione.

PROFESSIONI
1202 - Nel corso del viaggio, di solito, ci si dimentica la sua mèta. Quasi ogni professione viene scelta ed intrapresa come mezzo per raggiungere un fine; poi, però, viene proseguita come avesse, in se stessa, un fine.

1203 - Ogni accattone diventa un ipocrita; allo stesso modo si comporta chiunque faccia di una sua deficienza; di una condizione – sia essa interiore, oppure sociale – di bisogno, il proprio mestiere.

1204 - Attualmente, è una moda europea trattare i grossi affari con ironia. Infatti, con tutto il gran daffare che comporta l’esserne schiavi, non si ha il tempo di prenderli sul serio.

PROFONDITÀ
1205 - Negli individui profondi, come nei pozzi profondi, quando qualcosa gli cade dentro, ci vuole molto tempo, prima che raggiunga il fondo. Chi se ne sta lì ad osservare, di solito, non aspetta abbastanza a lungo: per questo è facile che prenda gli individui simili per testardi irremovibili; oppure, anche, per noiosi.

1206 - Chi sa di essere profondo, cerca di essere chiaro; chi cerca di sembrare profondo alla massa, si ingegna per risultare oscuro. La massa, infatti, ritiene profondo tutto ciò di cui non riesce a scorgere il fondo. A tal punto essa è paurosa, e riluttante ad entrare in acqua.

1207 - Dovunque ti trovi, scava in profondità. / La sorgente è là sotto. / Non ti preoccupare, se la gente / cupa griderà: “C’è l’inferno, là sotto!”

1208 - I Greci erano superficiali per troppa profondità.

1209 - Le spiegazioni mistiche vengono considerate profonde; la verità è che non riescono ad essere neppure superficiali.

1210 - L’opinione pubblica scambia facilmente chi pesca nel torbido con chi attinge dal profondo.

1211 - Ogni pensatore profondo teme più di venir compreso che di venir frainteso. Di quest’ultima cosa soffre, forse, la sua vanità; della prima, invece, il suo cuore. La sua simpatia, che non si stanca di dire: “Ah, perché volete avere anche voi una vita dura come l’ho io?”

1212 - È possibile che uno riveli con quanta superficialità e faciloneria il suo spirito si è, fino a quel momento, trastullato nei territori della cultura, proprio per il pathos che la seriosità imprime in lui.

1213 - La profondità è virtù dei giovani; la chiarezza, dei vecchi. Se, tuttavia, i vecchi talvolta parlano e scrivono imitando lo stile di chi è profondo, lo fanno per vanità, credendo di acquistare, in questo modo, il fascino della giovinezza, dell’ideale: di uno slancio in avanti denso di aspettative e speranze.


PROGRESSI
1214 - Dannazione! Dannazione! Come? Non se ne sta forse tornando indietro?” Sì! Ma, voi lo fraintendete, se gliene fate un rimprovero. Torna indietro, come tutti coloro che vogliono spiccare un gran salto. JGB

1215 - Io lodo, ad ogni passo che fanno, coloro che avanzano; vale a dire: coloro che lasciano sempre indietro se stessi, e non si danno pensiero se ci sia qualcuno, poi, disposto a seguirli.

PROMESSE
1216 - Quando viene fatta una promessa, non sono le parole, a promettere, ma tutto ciò che esse lasciano inespresso. Anzi, le parole privano di forza una promessa, perché liberano e dissipano una parte di quella forza da cui la promessa deriva la propria forza. Dunque, chiedete che vi porgano la mano, e ponetevi il dito sulla bocca: in questo modo, farete il più sicuro dei voti.

PROSPETTIVE
1217 - Il mio occhio, debole o forte che sia, scorge solo una parte dell’orizzonte; in questo spazio, io esisto e mi muovo. Questo confine è il mio destino, grande o piccolo che sia; ad esso, non posso sfuggire. Allo stesso modo, l’udito ci limita in un piccolo ambito; ed ugualmente il tatto. Sulla base di questi orizzonti in cui i nostri sensi rinchiudono, come tra le mura di una prigione, ognuno di noi, misuriamo il mondo, definendo ogni cosa come lontana o vicina, grande o piccola, dura o morbida. Tutto questo misurare, lo definiamo “sensazione”. E invece, è sempre e soltanto, in sé, un errore!

1218 - Per vedere molto, è necessario imparare a distogliere lo sguardo da se stessi.

1219 - Parecchia gente non è capace di scorgere, negli individui, sentimenti elevati, e allora definisce virtù il proprio osservare troppo da vicino le loro bassezze; vale a dire: il proprio malocchio.

1220 - Ciò che i sensi avvertono, ciò che lo spirito conosce, non è mai fine a se stesso. Ma sensi e spirito vorrebbero convincerti che sono il fine di tutte le cose: tale, è la loro vanità!

1221 - Voi guardate in su, quando aspirate ad elevarvi. Io, invece, guardo in giù; infatti, sono già elevato.

1222 - Chi si mostra lieto anche sul rogo, non è sul dolore, che trionfa, ma sul fatto che non avverte dolore, laddove, invece, se lo aspettava.

1223 - Al di là del nostro angolino di mondo, non ci è dato di vedere nulla. Voler sapere se potrebbero esistere intelletti di altro tipo, capaci di prospettive diverse da quelle umane – ad esempio, se siano possibili esseri la cui percezione del tempo vada a ritroso, oppure, alternativamente, prima in avanti e poi indietro; il che comporterebbe, per loro, una prospettiva diversa sull’esistenza, perché diversa sarebbe la loro concezione del principio di causa ed effetto – è una curiosità priva di speranza. Io, però, penso che oggi, per lo meno, siamo lontani dalla ridicola immodestia di decretare, chiusi nel nostro angolino, che solo da questo angolino sia possibile avere una prospettiva sul mondo. Semmai, per noi, il mondo è ritornato ad essere “infinito”, in quanto non possiamo rifiutare la possibilità che esso racchiuda infinite interpretazioni.

1224 - Più in alto saliamo, più piccoli sembriamo, a coloro che non sanno volare.

1225 - Quando due persone lottano tra loro, oppure si amano, o si ammirano, ad assumere la posizione più scomoda, è sempre quella più in fregola. La stessa cosa vale per due popoli.

1226 - Le grandi stagioni della nostra vita si hanno quando noi troviamo il coraggio di invertire il nome delle nostre meschinità con quello delle nostre migliori qualità.

1227 - “Qui la vista è sgombra, lo spirito sollevato”. Ma esiste una specie opposta di uomini, che stanno anch’essi sulla vetta, ed hanno, anche loro, loro la vista sgombra; eppure, guardano in basso.

1228 - Se vuoi, per valutarlo, misurare qualcosa, devi dirgli addio, almeno per un po’. Solo quando si è lasciata la città, si vede fino a quale altezza le sue torri sovrastino le case.

1229 - Perché gli esseri umani non riescono a vedere le cose come stanno? Perché non riescono a farsi da parte, e, così, le nascondono.

1230 - Quanto più intensa e positiva è la vita che si conduce, tanto più si è pronti, per una sola sensazione che sia intensa, a rimetterci la vita.

1231 - Chi non vuole vedere l’altezza di un uomo, tanto più si mette a fissare le sue parti basse, che sono in primo piano; e con ciò, tradisce se stesso.

1232 - Quando un pensatore assume una posizione che non ci piace, lo critichiamo aspramente; sarebbe più ragionevole farlo, invece, quando la posizione che ha assunto ci piace.

1233 - L’errore non sta solo nel sentimento che ti fa dire “la colpa, è la mia”, ma anche in quello contrario: “La colpa non è la mia, ma, da qualche parte, ci sarà pure qualcuno che ce l’ha!”. Ma è proprio questo a non essere vero: i filosofi devono anche saper dire, come Cristo, “non giudicate!”. La differenza decisiva tra il modo di ragionare dei filosofi e quello degli altri sta in questo: ai filosofi interessa che si arrivi ad un giudizio; agli altri essere, in prima persona, giudici.


1234 - La brevità della vita umana porta a sostenere molte cose sbagliate su quali siano i caratteri peculiari alla natura umana.

1235 - Chi ha conosciuto l’amoralità come corollario del piacere – il suo modello sono gli ex-goliardi gaudenti – si immagina che la virtù debba avere per corollario l’infelicità. Chi, invece, ha avuto l’esistenza devastata dalle sue passioni ed i suoi vizi, nella virtù vede, in prospettiva, la pace e la felicità dello spirito. Ecco perché può darsi che due persone di specchiata virtù, tra loro, non si capiscano per niente.

1236 - Le cose che ognuno ha davanti agli occhi, sono quelle che gli risultano più difficili da mettere a fuoco e, di solito, non vengono tenute in alcun conto: da questa cattiva visuale provengono, ad ognuno, pressoché tutti i suoi difetti fisici e spirituali.

1237 - Tra buone azioni e cattive azioni non c’è una differenza di caratteri genetici, ma solo di livello evolutivo: le azioni buone sono cattive azioni incivilite; quelle cattive, buone azioni che la regressione allo stato brado ha reso cretine.

1238 - Se una persona non ci piace, dei suoi atteggiamenti gentili nei nostri confronti, gliene facciamo altrettante colpe.

PROSSIMO
1239 - Che cosa ne sappiamo, del nostro prossimo? Non ne comprendiamo niente, se non le trasformazioni che esso opera in noi. Gli diamo un aspetto conforme a quanto sappiamo di noi stessi; ne facciamo un satellite del sistema di cui noi siamo il sole. E quando esso ci illumina o ci eclissa, anche se, in entrambi i casi, di tali effetti, siamo noi la causa, siamo persuasi del contrario. Quello in cui viviamo, è un mondo di fantasmi. M

1240 - Aiutati e vedrai che tutti ti aiuteranno: questo è il principio su cui si basa l’amore del prossimo.

PROVVIDENZA
1241 - Se si avesse in corpo una qualche misura, anche esigua, di senso del sacro, un Dio che, provvidenzialmente, ci guarisce dal raffreddore, o che ci ordina di salire in carrozza nel preciso istante in cui si scatena un acquazzone, dovrebbe risultarci un Dio assurdo a tal punto che, anche nel caso esistesse, bisognerebbe toglierlo di mezzo.

PRUDENZA
1242 - Quando la casa brucia, si lascia lì perfino il pranzo. Già: ma poi si va a rovistare nella cenere per tirarlo fuori.

PSICOLOGIA
1243 - Su noi stessi compiamo esperimenti che non ci permetteremmo mai su nessun animale. Tutti contenti, e curiosi, incidiamo l’anima nella viva carne, per guardarci dentro; tanto, della “salute dell’anima”, che ce ne importa! Essere malati, è istruttivo; in proposito, non abbiamo dubbi. Più istruttivo che essere sani.

PUDORE
1244 - Il fascino della conoscenza sarebbe limitato, se sulla via che porta ad essa non ci toccasse di scavalcare tanto pudore.

1245 - Il pudore è ingegnoso: non sono le cose più nefaste quelle di cui ci si vergogna nel modo più nefasto. Dietro una maschera non c’è solo malizia; sono tante, le qualità che si nascondono nell’astuzia. Io potrei supporre che un uomo che debba nascondere qualcosa di prezioso e fragile se ne vada per la vita rotolando, grasso e tondo, come una di quelle vecchie botti per il vino, dalle pesanti carenature di ferro, e tutte incrostate di gromma: così esige il suo delicato sentimento del pudore.

1246 - Gli uomini, quando fanno pensieri osceni, non si vergognano; ma quando si mettono in testa che la gente intuisca i pensieri osceni che fanno; allora, sì.

1247 - La tendenza ad umiliarsi, farsi derubare, sbeffeggiare e sfruttare potrebbe rappresentare il pudore di un dio, quando sta tra gli uomini.


PULSIONI
1248 - Ciò contro cui bisogna lottare, per costringerlo entro certi limiti, o che, in certi casi, bisogna distogliere del tutto dalla mente, andrà sempre definito malvagio?

PUREZZA
1249 - Di certo, tra tutte le graduali purificazioni che all’umanità si prospettano, la purificazione dei sentimenti più elevati sarà una delle più graduali.
R

RAGIONE
1250 - La “ragione” è il motivo più profondo per cui noi falsifichiamo le prove che ci forniscono i sensi. Infatti i sensi, nella misura in cui ci provano il divenire, il trascorrere, il mutamento di tutte le cose, non ci ingannano.

1251 - Ragione ed istinto, per loro natura, mirano dritte ad una medesima mèta.

1252 - In tutte le cose, di impossibile c’è solo la razionalità.

1253 - La ragione: una faccenda tediosa.

RAPPRESAGLIE
1254 - La mia rappresaglia consiste nel rispondere alla stupidità, il più presto possibile, con una dimostrazione di intelligenza: forse, è l’unico modo per far pari.

RASSEGNAZIONE
1255 - Che cos’è la rassegnazione? È la postura più comoda per un malato che, a causa del dolore, si è rigirato a lungo nel letto, sperando di trovarla; alla fine, si è stancato, e così l’ha trovata!

REAZIONARI
1256 - Il processo di democratizzazione dell’Europa è inarrestabile: chi vi si oppone, per farlo, deve utilizzare proprio quegli strumenti che le teorie democratiche hanno messo, per la prima volta, a disposizione di tutti. Il risultato è che rende quegli stessi strumenti più duttili ed efficaci.

REDENZIONE
1257 - Nel negare e nel distruggere si può, talvolta, riconoscere un’emanazione proprio di quel potente anelito a rendere l’umanità santa e redenta che Schopenhauer, il filosofo educatore, ha fatto balenare per primo in noi, uomini senza sacralità e materialisti da capo a piedi.

REGOLE
1258 - Tutte le regole hanno l’effetto di distogliere dallo scopo che ha dato origine alla regola, e di rendere più irresponsabili.

1259 - Ogni regola è un regalo. Le regole che rendono ognuno di noi quello che è, sono anche il regalo che gli ha fatto il destino.

1260 - È il futuro a stabilire le regole per il nostro presente.

RELIGIONI
1261 - Questa è la maniera in cui le religioni si estinguono: il sentimento del mito vien meno, sostituito dalla pretesa della religione ad essere fondata su basi storiche.

REPUTAZIONE
1262 - Chi non ha, almeno una volta, offerto in sacrificio se stesso al Moloch della buona reputazione?

1263 - I parenti di un suicida pensano sia stata una vera disgrazia che non sia rimasto in vita per riguardo alla loro reputazione.

1264 - È più facile sbarazzarsi della propria cattiva coscienza che della propria cattiva reputazione.

RESPONSABILITÀ
1265 - L’uomo soltanto è, all’uomo stesso, un pesante fardello! Questo succede perché si carica sulle spalle troppe cose che non sono affar suo. Come un cammello, si mette in ginocchio e lascia che lo si carichi ben bene. In modo particolare, l’uomo forte e paziente, in cui esiste un innato rispetto dei valori, si assume il peso di troppe parole: troppi valori pesanti, ed a lui estranei; e allora, la vita finisce per sembrargli un deserto!

1266 - Anche se il futuro non ci lasciasse alcuna speranza, il miracolo del nostro esistere contingente; il nostro esserci, nell’istante presente; questo enigma per cui noi siamo vivi proprio ora, eppure, per venire al mondo, avevamo il tempo infinito; il fatto di non poter disporre che di una giornata lunga una spanna, e nel suo corso dover mostrare per quale motivo e a quale scopo noi siamo venuti al mondo proprio ora: tutto questo ci incoraggia con la massima forza a seguire il nostro criterio, la nostra legge. Della nostra esistenza, dobbiamo rispondere a noi stessi.

1267 - L’idea che vi sia un “Dio” è stata, fino ad oggi, la più grande requisitoria contro l’innocenza dell’esistere… Negando Dio, noi neghiamo, con lui, la nostra responsabilità. Solo così possiamo davvero redimere il mondo. GD


RIGUARDI
1268 - Chi si è sempre molto riguardato, a forza di riguardi, finisce per ammalarsi.

RIMORSI
1269 - Provare ira o addirittura rimorso perché si è fallito in qualcosa, lasciate che succeda a coloro che agiscono per obbedire agli ordini di qualcuno, e che devono aspettarsi di venirsi presi a legnate, se il loro benigno signore non è soddisfatto del risultato.

1270 - Il rimorso è come il morso che il cane dà a una pietra: una stupidaggine. MaM

1271 - Mi manca un criterio di base per capire che cosa sia il “rimorso”: per quanto ne sento dire, non mi pare il rimorso sia una cosa che merita rispetto.

1272 - L’uomo è capace di rimpianto e rimorso perché si considera libero, non perché lo è.

RINGRAZIAMENTI
1273 - Rifiutare un favore, è perfettamente lecito; ma rifiutare un ringraziamento (oppure – il che, è lo stesso – accettarlo in modo freddo e convenzionale), mai. Questo, offende profondamente. E perché?

RINUNCE
1274 - La mancanza di autocontrollo nelle piccolezze erode l’attitudine alla grandezza fino a mandarla in rovina. Ogni giorno in cui non ci sia negati, almeno una volta, qualche piccola cosa, è un giorno male impiegato, ed è un pericolo per quello successivo. Questa ginnastica è indispensabile, se si vuole continuare a sentirsi, con gioia, padroni di se stessi.

1275 - Un individuo che sia riuscito a scrollarsi di dosso le catene con cui la vita abitualmente ci avvince al punto tale che, per il resto della sua esistenza, si propone come unico scopo una conoscenza sempre più profonda del vero, deve saper rinunciare senza rimpianto, di buon grado, a molte delle cose che per gli altri hanno valore; anzi, a quasi tutto. Gli deve bastare quel suo librarsi libero e redento da ogni paura al di sopra di uomini, usanze, leggi e luoghi comuni: gli parrà, quella, la più desiderabile delle condizioni.

RISPETTO
1276 - Gli uomini devono imparare anche ad ossequiare, oltre che a disprezzare.

RITRATTI
1277 - Il filisteo, quando si mette seduto a scrivere, prende sempre l’aspetto di uno che voglia farsi fare un ritratto. UB

ROMANTICISMO
1278 - Questo sistematico ridurre la cultura ai suoi elementi amari, aspri, dolorosi, come prescriveva la nausea provocata da una malaccorta dieta spirituale resa cattiva abitudine: tutto questo, lo chiamano “romanticismo”.

1279 - Che cos’è il romanticismo? Ogni arte, ogni filosofia, possono essere considerate un mezzo per curare ed aiutare gli esseri viventi, nella lotta quotidiana che conducono per svilupparsi. Esse presuppongono, sempre, cose che fanno soffrire e persone che soffrono. Esistono, però, due specie di persone che soffrono. I primi soffrono per una sovrabbondanza di slancio vitale: essi vogliono un’arte dionisiaca e, di conseguenza, una concezione ed una consapevolezza tragica della vita. In secondo luogo, ci sono quelli che soffrono per una penuria di slancio vitale: mediante l’arte e la cultura, essi cercano di ottenere pace, silenzio, bonaccia di mare, redenzione da se stessi; oppure, al contrario, ebbrezza, spasimo, stordimento, follia. Alla dissociazione interiore cui portano i bisogni contrastanti di quest’ultima specie corrisponde tutto ciò che, nelle arti e nelle scienze, si intende per “romantico”.

RUOLI
1280 - Quando un individuo comincia a scoprire fino a che punto egli stia recitando un ruolo, e fino a che punto ci sono, in lui, le potenzialità dell’attore, ecco che diventa un attore.

1281 - Anche noi ci aggiriamo in mezzo all’“umanità”: anche noi indossiamo con modestia quel costume nel quale (come noi fossimo il quale) gli altri ci conoscono, rispettano, cercano. Con esso, ci rechiamo in società; vale a dire: tra gente travestita come noi, ma che non vuole venire definita così. Anche noi ci comportiamo come tutte le scaltre maschere, ed ogni curiosità che non sia appropriata al nostro “costume”, la mettiamo alla porta con modi cortesi. Tuttavia, esistono altre maniere, altri trucchi illusionistici, per aggirarsi tra gli uomini; per “raggirarli”. Per esempio, il trucco del fantasma: assai consigliabile, se si vuole, per sbarazzarsene in fretta, spaventare la gente. Test di prova: la gente protende la mano verso di noi, e non riesce a toccarci. Questo, spaventa. Oppure: passiamo attraverso una porta chiusa; oppure: passiamo tra la gente quando tutte le luci sono spente; o ancora: dopo che siamo già morti. Quest’ultimo è il trucco illusionistico tipico degli uomini postumi per eccellenza.


SACRIFICI
1282 - Potendo scegliere, preferiamo un sacrificio grande ad uno piccolo. Del grande, infatti, possiamo sentirci ripagati con l’ammirare noi stessi; cosa che, col piccolo, non è possibile.

1283 - Chi ha davvero fatto sacrifici, sa che cosa ne voleva ricavare, ed ha ottenuto. Forse, ha sacrificato una parte di sé ad una parte di sé: in una certa fase della sua vita, ha concesso qualcosa per avere, in un’altra, qualcosa in più. Forse, soprattutto, per contare di più; o soltanto per non sentire se stesso come superfluo: “uno dei più”.

1284 - Sul sacrificio e sullo spirito di sacrificio, le vittime sacrificali hanno un’opinione diversa da quella degli spettatori; però, da sempre, non le si fa parlare.

SAGGEZZA
1285 - La saggezza è il mormorio con cui il solitario parla a se stesso tra la folla del mercato.

1286 - Si può annunciare la propria saggezza anche con le campane, ma i mercanti sulla piazza le copriranno, pur sempre, col tintinnìo dei loro spiccioli.

1287 - La saggezza, alla plebe, sembra una specie di fuga; un artificio, un tiro mancino col quale ci si tira fuori da un brutto gioco.

1288 - Ritengo che proprio i filosofi si siano sempre sentiti del tutto lontani da quanto il popolo (e chi, oggi, non è “popolo”?) intende per saggezza: quella passività furbesca e bovina, quella devota mansuetudine da curato di campagna, quando se ne sta sdraiato sul prato ed osserva la vita con ruminante gravità.

1289 - Ogni tanto, dobbiamo lasciarci soddisfare dalla nostra follia, se vogliamo poter continuare ad essere soddisfatti della nostra saggezza.

SANTITÀ
1290 - Finora, gli uomini più potenti si sono sempre verecondamente genuflessi di fronte ai santi: quella sottomissione volontaria di sé, quella estrema rinuncia, che sono un vero enigma. Ma perché tutto questo genuflettersi? Nel santo essi intravvedevano – acquattato, per così dire, dietro il suo aspetto fiaccato e miserando, come dietro un punto interrogativo – la forza superna che mercé una tale sottomissione voleva di sé dar prova: quella forza di volontà in cui essi riconoscevano e sapevano di tributar onore alla propria stessa forza, il proprio dominante principio di piacere. Onorando il santo, essi rendevano onore ad una parte di se stessi.

1291 - Chi scopre che cosa sia la morale, scopre anche che tutti i valori nei quali si crede, o si è creduto, sono disvalori. Nelle tipologie umane più glorificate o addirittura santificate, egli non vede più nulla di glorioso. In esse, egli vede la più nefasta specie di creature deformi. Nefasta, per il suo potere di affascinare.

1292 - La santità è l’orizzonte dell’ideale per tutti coloro che la natura ha fatto miopi.

1293 - Com’è possibile l’annichilimento della volontà? Com’è possibile il santo? Come? Il “miracolo” sarebbe soltanto un errore di interpretazione? Un difetto di filologia?

SCETTICISMO
1294 - I filosofi dell’avvenire sorrideranno, questi spiriti austeri, se qualcuno dirà al loro cospetto: “Questo pensiero mi eleva: come potrebbe non essere vero?” Oppure: “Quell’opera mi estasia: come potrebbe non essere bella?” Oppure: “Questo artista mi fa più grande; come potrebbe non essere grande?” Essi non avranno forse solo un sorriso, ma un reale disgusto di fronte a tutto ciò che venga ridotto a questo criterio pietistico, idealistico, effemminato, ermafrodito.

1295 - Uno spirito che aspiri a qualcosa di grande, e che aspiri anche ai mezzi per ottenerlo, è, necessariamente, uno scettico.

1296 - Ammesso dunque che un qualche tratto, nella figura dei filosofi dell’avvenire, induca a chiedersi se il loro destino non sia, magari, quello di farsi scettici; dicendo questo, però, s’è indicato soltanto un certo loro carattere, e non loro stessi. Non c’è dubbio: questi Imminenti potranno men che meno essere privi di quelle qualità serie e poco rassicuranti che separano il critico dallo scettico. Intendo dire: la sicurezza nella misura dei valori, la cosciente applicazione pratica di un metodo unitario, il coraggio prudente, la capacità di far parte per se stessi e rispondere di sé.

SCIENZA
1297 - L’idea che vi sia una sola interpretazione corretta del mondo: quella che ammette, come parametri, numeri, calcoli, pesi, vista, tatto, e niente altro, è una goffa ingenuità, sempre che non si tratti di un’affezione mentale, di un idiotismo. Non sarebbe, invece, più verosimile, pensare che, di tutto ciò che esiste, siano proprio gli elementi più superficiali ed esteriori – quelli più fenomenici: il modo in cui ogni cosa assume una scorza e una figura – i primi a lasciarsi afferrare? Forse, addirittura gli unici che si lascino afferrare? Un’interpretazione “scientifica” del mondo, di conseguenza, può sempre darsi che sia una delle più stupide – vale a dire: povere di senso – tra tutte le possibili interpretazioni del mondo. Tutto questo, era inteso come diretto alle orecchie e la coscienza dei signori Meccanicisti, che, al giorno d’oggi, vanno volentieri a braccetto con i filosofi, e sono assolutamente persuasi che la meccanica sia la dottrina di tutte le leggi naturali – da quelle fondamentali all’ultima delle conseguenti – sulle quali, in quanto causa prima, tutto ciò che esiste fonda la propria costituzione organica. Ma un mondo essenzialmente meccanico sarebbe un mondo essenzialmente privo di senso! Supponiamo che il valore di un brano musicale venga fatto consistere in quanto di esso possa venire reso cifra numerica, calcolato, ridotto a formula matematica: una simile valutazione “scientifica” della musica, come sarebbe assurda!


1298 - Le nostre nozioni di tempo e di spazio sono erronee; infatti, se sottoposte ad un’analisi consequenziale, portano a contraddizioni logiche. In ogni determinazione di dati scientifici noi ci basiamo, inevitabilmente, su unità di misura false; siccome, però, queste unità di misura sono, per lo meno, costanti – come, per esempio, le nostre nozioni di tempo e di spazio – la coerenza interna che ne risulta conferisce ai dati scientifici un aspetto convincente di rigore e di affidabilità.

1299 - Nella natura dell’uomo di scienza è insito un vero e proprio paradosso: egli si comporta, nella vita, con la beata indolenza dello scioperato; come se l’esistenza non fosse una faccenda disperata ed inquietante, ma un possesso sicuro, la cui durata ci sia stata garantita eterna. Egli sembra vivere, dilapidare un’intera vita, a porsi domande la cui risposta, in fondo, dovrebbe risultare di qualche rilievo solo a chi fosse sicuro di avere davanti a sé tutta l’eternità.

1300 - La scienza sta alla saggezza come la virtù alla santità. È fredda, arida, senza amore, e non conosce quel sentimento profondo di insoddisfazione che è una specie di nostalgia.

1301 - Finché per cultura si intenderà, in sostanza, soltanto la promozione del sapere scientifico, il progresso della cultura aggirerà con freddezza spietata le personalità eminenti, e la loro sofferenza. La scienza, infatti, di ogni questione fa un problema di dottrina; entro il suo dominio, la sofferenza individuale è, precisamente, una circostanza disdicevole e incomprensibile. Quindi, una volta di più, un problema di dottrina.

1302 - Lo scienziato, se intende, una volta terminata l’ indagine su di un determinato soggetto, passare ad un altro, ci focalizza sopra il proprio intero orizzonte visivo. Un’immagine, la fa diventare un insieme di punti; si comporta come uno spettatore che, per osservare meglio la scena, impugnasse un binocolo, per poi vedersi balenare davanti agli occhi ora una testa, ora una giacca, e una camicia; mai, però, una figura intera.

1303 - Lo spirito scientifico è, forse, solo paura: una scappatoia al pessimismo? Una sottile legittima difesa contro la verità? Usando il gergo della morale: sarebbe una forma di falsità codarda? Usando un gergo immorale: un’astuzia?

1304 - In cinque o sei teste affiora, forse, oggi, come un timido barbaglio antelucano, il fatto che la fisica non sia altro che una riduzione a certe regole: una interpretazione (la nostra interpretazione! mi sia concesso dirlo), e nient’affatto una delucidazione del mondo. Tuttavia, essa, fin tanto che poggia sulla fede nei sensi, ha maggior valore ed è destinata, alla lunga, nel tempo, a venire a contare ancora di più; vale a dire: a divenire criterio dimostrativo. Ha dalla sua parte le dita e gli occhi; ha dalla sua parte l’evidenza visiva e la palpabile tangibilità: tutte cose che, incantando per magica malia un’età dal sentire fondamentalmente plebeo, la fanno, della fisica, convinta interlocutrice e convincente testimone; infatti, essa aderisce al canone di verità stabilito da quel sensualismo che gode di eterno favore popolare. Che cos’è chiaro, che cos’è “dichiarato”? Prima di tutto, ciò che si lascia vedere e toccare: fino a tal punto bisogna spingere ogni problema.

1305 - Vogliamo introdurre in tutte le scienze la purezza ed il rigore della matematica, nella misura in cui ciò sia possibile, non perché siamo convinti che per questa via giungeremo a conoscere le cose, ma per segnare, in questo modo, i limiti tra la conoscenza di noi stessi e la conoscenza del mondo. La matematica è soltanto un mezzo per conoscere l’uomo nella sua essenza ultima e complessiva.

1306 - La paura è il sentimento originario e fondamentale dell’uomo. Con la paura si spiega ogni cosa: il peccato originale e le virtù originarie. Questa antica, atavica paura – resa, infine, più sottile, spirituale, intellettuale – oggi mi pare si chiami “scienza”.

1307 - Tutti quelli che si dedicano ad una scienza ed il cui cuore comincia a bruciare di sacro zelo solo dopo che vi hanno fatto qualche scoperta, vuol dire che non hanno, per essa, alcun interesse reale.

1308 - Ogni scienza deve l’aver raggiunto continuità storica e validi principi fondanti soprattutto al fatto che l’arte di leggere in modo corretto – intendo dire: la filologia – ha toccato il grado più alto del suo sviluppo.

1309 - Al giorno d’oggi, le scienze comprendono un campo così vasto, ciascuna eleva la sua torre ad una altezza così vertiginosa, da rendere elevata anche la probabilità che il filosofo, già all’inizio dei suoi studi, si senta stanco, e voglia aggrapparsi a qualcosa di solido: ed ecco nato uno “specialista”. Le vette cui mirava, egli non le toccherà più: quelle da cui il suo sguardo, circospetto, possa sovrastare tutto; vedere tutto al di sotto di sé.

1310 - L’abilità dei nostri scienziati, il loro puntiglio senza vita, la loro testa che fuma giorno e notte, la loro stessa maestria da artigiani: quanto spesso, tutto questo, acquista il suo vero senso soltanto nel far sì che un problema, ai loro occhi, non si renda più evidente! La scienza come narcotico autoprescritto: lo concepite, questo?

1311 - Finora, la pianta di ogni scienza si è sviluppata sul fusto della cattiva coscienza.

1312 - Ciò che produce stupefazione, nella scienza, è l’opposto della stupefazione che un prestigiatore provoca ad arte. Mentre, infatti, costui ci vuole convincere a vedere un nesso di causa-effetto assai semplice, laddove, di fatto, l’effetto viene prodotto da un insieme di cause assai complesse, la scienza ci obbliga a perdere la fiducia in un nesso causa-effetto assai semplice proprio laddove tutto appare quanto mai evidente e comprensibile: in tutti i fenomeni in cui l’evidenza fa di noi tanti giullari. Le “cose semplici” si sono alquanto complicate: di questo, non ci si stupirà mai abbastanza!


1313 - Come? Il fine ultimo della scienza sarebbe quello di assicurare all’uomo il massimo grado di piacere ed il minimo di dispiacere che sia possibile? E se piacere e dispiacere fossero legati tra loro a filo doppio, di modo che, chi vuole godere al massimo grado del primo, deve accettare anche, al massimo grado, il secondo?

1314 - Negli ultimi secoli, ci si è adoperati per divulgare la scienza; in parte, perché si sperava, in essa, e per suo tramite, di comprendere nel modo migliore la bontà e la saggezza di Dio; in parte, perché si credeva che la scienza fosse un valore assoluto, la cui utilità derivasse, specificamente, dall’intimo legame presupposto tra morale, conoscenza e felicità; in parte perché nell’amore per la scienza si riteneva di identificare un amore disinteressato, innocuo, capace di bastare a se stesso, davvero innocente, e cui gli istinti malvagi dell’uomo non potessero prendere parte. Dunque, la diffusione della scienza ha avuto origine da tre errori.

1315 - Ogni scienza, sia naturale, che innaturale – in tal modo definisco l’autocritica della conoscenza – è oggi rivolta allo scopo di dissuadere l’uomo da quel rispetto per se stesso che, prima, possedeva; quasi non fosse altro che bizzarra presunzione.

1316 - Per definire la scienza, sarà sufficiente considerarla la riduzione delle cose ad una prospettiva antropomorfica, realizzata nel modo più obbiettivo possibile. Col descrivere i fenomeni naturali nel loro succedersi, noi, così, impariamo a descrivere, con sempre maggiore esattezza, noi stessi.

1317 - È pur sempre una fede metafisica, quella su cui si basa la nostra fede nella scienza.

SCOPERTE
1318 - Chi ha rinunciato a qualcosa radicalmente ed ormai da lungo tempo, se poi, per caso, si imbatte di nuovo in quella stessa cosa, crederà quasi di averla scoperta.

SCRITTORI
1319 - Chi traspone sulla carta le proprie sofferenze, diventa un autore triste; invece, se vi traspone ciò che ha sofferto, e per quali vie, oggi, riposa nella gioia, diventa un autore serio.

1320 - A: “Io non appartengo alla categoria di coloro che pensano tenendo in mano la penna già intinta nel calamaio; tanto meno sono uno di quelli che, seduti sulla loro seggiola, fissando il foglio bianco, lasciano briglia sciolta ai propri trasporti emotivi, col calamaio bello aperto davanti a sé. Ogni volta che mi metto a scrivere, io provo un senso di ira e vergogna. Per me, lo scrivere è una necessità fisiologica: mi ripugna perfino parlarne in chiave metaforica”. B: “Ma perché scrivi, allora?” A: “Ebbene, mio caro: ti devo dire, in confidenza, che fino ad ora non ho trovato altro mezzo per liberarmi dei miei pensieri”. B: “E perché te ne vuoi liberare?” A: “Perché lo voglio? Dunque, sarei io a volerlo? Io devo farlo!” B: “Oh, basta; basta così!”.

1321 - L’autore migliore migliore deve essere quello che, di diventare scrittore, si vergogna.

1322 - Se si scrivono libri, non lo si fa, forse, proprio per nascondere quel che si serba dentro di sé?

1323 - Bisognebbe considerare gli scrittori come dei malfattori meritevoli di assoluzione o di grazia soltanto in rarissimi casi: sarebbe un mezzo efficace contro la proliferazione eccessiva dei libri.

SCUSE
1324 - Il disgusto per il sudiciume può essere così grosso da far sì che non ci laviamo: non ci “giustifichiamo”.

1325 - Quando qualcuno si scusa con noi, deve farlo molto bene. Altrimenti, è facile che finiamo per sentirci noi, i colpevoli, e proviamo una sensazione spiacevole.


1326 - Per quanto attiene alla superstizione dei logici, io non mi stancherò mai di tornare a sottolineare sempre un piccolo, esiguo dato di fatto, che viene malvolentieri ammesso da questi superstiziosi; e precisamente: che un pensiero viene quando “esso” vuole, e non quando voglio “io”. Quindi, è una falsificazione dell’evidenza oggettiva dire: il soggetto “io” è la condizione del predicato “penso”. “Esso” pensa; ma che questo “esso” sia proprio quel vecchio famoso “io” è, per dirla in modo leggero, solo una supposizione, un’affermazione. Soprattutto, non si tratta affatto di una “certezza immediata”.

1327 - Ogni tanto dobbiamo saper perdere noi stessi, se vogliamo imparare qualcosa da ciò che noi stessi non siamo.

1328 - Dietro i tuoi pensieri ed i tuoi sentimenti, fratello mio, c’è un potente signore, un saggio occulto: si chiama Sé. Esso dimora nel tuo corpo. È il tuo corpo.


SEDUZIONE
1329 - “Vuoi accattivarti la sua simpatia? Allora, di fronte a lui, assumi un’aria imbarazzata.” JGB

SEGUACI
1330 - I nostri seguaci, quando prendiamo partito contro noi stessi, non ci possono mai perdonare. Infatti, per loro, questo significa non solo rifiutare il loro affetto, ma anche mettere in ridicolo la loro intelligenza.

1331 - Le sètte, quando si rendono conto che rimarranno deboli, danno la caccia a seguaci che siano singolarmente intelligenti, perché intendono compensare con la qualità i loro limiti quantitativi. Qui si annida un pericolo non trascurabile, per le persone intelligenti.

1332 - Il seguace più pericoloso di un partito è quello la cui defezione farebbe scomparire l’intero partito; quindi, il suo seguace migliore.

1333 - Oggi, se uno osasse dire “chi non è con me è contro di me”, avrebbe subito tutti contro. Questo modo di reagire fa onore al nostro tempo.

1334 - Che persone poco notevoli siano i propri seguaci, lo si scopre solo dopo avere smesso di essere il seguace dei propri seguaci.

1335 - Se si scorgono indizi che facciano sospettare una calunnia particolarmente infame di cui siamo stati vittime, ne va cercata l’origine non già tra i propri semplici nemici dichiarati; infatti, se costoro escogitassero qualcosa di simile sul nostro conto, siccome sono nostri nemici, nessuno gli darebbe credito. Invece, le persone alle quali, per un certo periodo di tempo, siamo stati sommamente utili, ma che, per un qualsiasi motivo, possono, in segreto, ritenersi sicuri che, da noi, non otterranno più nulla: individui simili, sono nelle condizioni di dare all’infamia la spinta iniziale.

SEMPLICITÀ
1336 - Uno stile di vita semplice, oggi, è difficile: per riuscirci, ci vogliono molta più capacità riflessiva e talento inventivo di quanto anche persone molto dotate non abbiano.

SENSAZIONI
1337 - I nostri automatismi sensoriali ci hanno irretito nella menzogna e negli inganni delle sensazioni: essi stanno sempre alla base di tutti i nostri giudizi, delle nostre “nozioni”. Non esiste nessuna via d’uscita, nessuna scappatoia segreta per sgusciare nel mondo reale! Noi siamo ragni presi nella nostra stessa rete. Qualunque cosa riusciamo ad acchiappare, si tratterà sempre e solo di ciò che la nostra ragnatela è in grado di trattenere.

SEPARAZIONI
1338 - Non dal modo in cui un’anima si accosta ad un altra, ma dal modo in cui se ne separa, si può valutare il grado di parentela e di affinità spirituale che ha con lei.

SEPOLCRI
1339 - In verità, per morire, siamo già troppo stanchi; dunque, vegliamo ancora, e continuiamo a vivere. Nei sepolcri.

1340 - Solo dove ci sono sepolcri, succedono resurrezioni.

SERENITÀ
1341 - Sta’ attento a che la tua serenità contemplativa non assomigli a quella del cane davanti alla macelleria: la paura gli impedisce di avanzare; l’avidità, di far dietrofront. E al posto delle zanne, digrigna gli occhi.


SERVI
1342 - Chi dipende in modo ineluttabile da un padrone, deve avere qualcosa con cui incutergli paura e tenerlo a freno: per esempio, onestà, o sincerità; oppure, una lingua mordace.

SICUREZZA
1343 - Al confronto con chi ha il senso comune dalla propria parte e non ha bisogno di cercare le ragioni per cui si comporta in un certo modo, lo spirito libero appare sempre poco risoluto, soprattutto nell’agire. Infatti, egli è consapevole di troppe motivazioni e punti di vista per non essere goffo e insicuro.

SIMBOLI
1344 - Si può presupporre che accanto al sole ci siano innumerevoli corpi oscuri, che noi non vedremo mai. Questo è, detto tra noi, un simbolo: uno psicologo morale legge tutta quanta la scrittura degli astri soltanto come un linguaggio di simboli e segni grazie al quale si possono far passare sotto silenzio molte cose.

SIMPATIA
1345 - A ficcarcisi nella testa con maggior fastidio non sono i nemici, ma tutte quelle persone i cui atteggiamenti non saremmo disposti a sostenere, in ogni circostanza, simpatici, ma verso i quali un motivo ineludibile – per esempio, la gratitudine – ci costringe a mantenere, da parte nostra, l’apparenza di una incondizionata simpatia.

SINCERITÀ
1346 - Su ciò che sia la “sincerità”, nessuno è stato, finora, sincero abbastanza.

1347 - Parecchie persone sono sincere non perché aborriscano i sentimenti ipocriti, ma perché, a rendere credibili i loro sentimenti ipocriti, non ci riuscirebbero.

1348 - La sincerità è la grande adescatrice di tutti i fanatici.

1349 - A chi è, in pubblico, sincero con se stesso, il dare anche solo la minima importanza a questa sua sincerità, è l’ultima cosa che possa venire in mente. Infatti egli sa anche troppo bene il motivo per cui è sincero: lo stesso per cui altri preferiscono essere impostori ed ipocriti.

1350 - L’eroismo della sincerità sta nel saper smettere, prima o poi, di essere il suo giocattolo.

SOCIETÀ
1351 - È difficile vivere in mezzo agli uomini perché, tacere, è tanto difficile...

1352 - Da dove deriva la smisurata insofferenza che rende l’uomo moderno un delinquente, in condizioni che spiegherebbero meglio l’inclinazione opposta? Infatti, se ci sono persone che usano pesi falsi, altre che, dopo averla assicurata per una forte somma, danno fuoco alla casa, altre ancora che sono complici nel fabbricare denaro falso; se i tre quarti dell’alta società si danno alla frode legalizzata, avendo sulla coscienza la speculazione in borsa: cos’è che li spinge? Non è il vero e proprio bisogno di denaro: a tutta questa gente, non va poi così male; forse hanno perfino da mangiare e da bere senza dover muovere un dito. Tuttavia, a non dargli respiro, giorno e notte, sono una terribile insofferenza – essi non sopportano che il denaro si accumuli troppo lentamente – ed un altrettanto terribile voluttà d’amore: la passione per il denaro che hanno già accumulato. In questa insofferenza ed in questo amore riaffiora quel fanatismo che la voluttà di potenza sempre reca con sé, e che, un tempo, ad accendere, era la convinzione di possedere la verità; per cui aveva nomi così belli che si poteva osare, in suo nome, di essere, in buona fede, disumani (dare alle fiamme Ebrei, eretici e buoni libri; sradicare intere culture superiori, come quelle del Perù e del Messico). Gli strumenti della voluttà di potenza sono mutati, ma è ancora lo stesso vulcano a dare fiamme. L’insofferenza e l’eccesso di amore vogliono le loro vittime: ciò che un tempo si faceva “per volontà di Dio”, ora lo si fa per “volontà del denaro”; vale a dire: per ciò che, al giorno d’oggi, assicura più di ogni altra cosa un senso di potere ed una coscienza tranquilla.


1353 - Se indico nello sfruttamento delle utopie rivoluzionarie da parte di una casta di plutocrati egoista e indifferente agli interessi di Stato una pericolosa caratteristica insita nei nostri attuali uomini politici; se riconosco nella smisurata diffusione dell’ottimismo liberale soltanto l’evidente effetto di un singolare accentramento del denaro nelle mani di pochi; se, infine, vedo tutti i mali dell’attuale situazione sociale, insieme all’inevitabile decadenza dell’arte, come germogliati da queste radici, o sviluppatasi insieme ad esse: alla luce di tutto questo, se, per una volta, intono un peana in lode della guerra, me lo si farà passare per buono.

1354 - Oh, i pranzi che, al giorno d’oggi, la gente consuma nei ristoranti, e in tutti i luoghi dove si incontra la classe sociale dei benestanti; che schifo! Perfino quando vi si riuniscono ragguardevoli uomini di cultura, abitualmente si procede a caricare di roba il loro tavolo allo stesso modo di quello dei banchieri: secondo il principio dell’eccesso e della più sfrenata varietà. La conseguenza è che le pietanze vengono preparate in vista dell’effetto, e non della sostanza, e che, per eliminare il senso di pesantezza dallo stomaco e dal cervello, occorre l’ausilio di bevande eccitanti. Mangiate simili, che senso hanno? Vogliono essere “di rappresentanza”. Rappresentanza di che, in nome del cielo? Della classe sociale? No: del denaro; le classi sociali non esistono più! Siamo tutti e soltanto “individui”. Il denaro, invece, significa potere, notorietà, dignità, predominio, autorità. La quantità di denaro che uno possiede, oggi, determina in anticipo il giudizio morale che la società darà su di lui. Nessuno, dunque, è disposto a tenere il denaro sotto il moggio. Nessuno, però, lo vuole mettere sulla tavola. Dunque, deve esserci qualcosa che stia in tavola “in rappresentanza” del denaro; e infatti, guardate un po’ i nostri pranzi…

1355 - Ammesso che, fin dai tempi più remoti, le necessità quotidiane abbiano avvicinato tra loro soltanto gli individui che tramite segni comuni potevano indicare bisogni ed esperienze comuni, ne risulta , tutto sommato, che la facilità nel comunicare le necessità quotidiane – vale a dire, in ultima analisi: il sentire come “esperienze” soltanto le cose più mediocri e banali di cui, nella vita, si faccia esperienza – tra tutte le esigenze che hanno, finora, condizionato l’umanità, deve essere stata la più violenta. Le persone più comuni e più ordinarie ne furono – e ne sono – sempre avvantaggiate; quelle più elette, più fini, più singolari, più difficili da comprendere, invece, è facile che rimangano sole. Soccombono, nel loro isolamento, alle disgrazie, e di rado la loro pianta dà germogli.

1356 - Lo “sfruttamento” non è caratteristica di una società corrotta, imperfetta o primitiva: esso appartiene all’essenza di ogni essere vivente. In quanto funzione organica basilare, esso è effetto di quella particolare volontà di potenza che è, per l’appunto, la volontà di vivere. Ammettiamo pure che la teorizzazione di tutto questo rappresenti una novità; nei fatti, però, si tratta dell’evento primario da cui deriva l’intera storia umana: si sia sinceri fino a tal punto, verso se stessi!

1357 - La società ha il diritto di esistere non in quanto è funzione della società, ma soltanto in quanto è sovrastruttura e impalcatura appoggiandosi sulla quale una stirpe predestinata di eletti si renda capace di elevarsi fino al suo sublime compito e, soprattutto, fino alla sua sublime essenza: a somiglianza di quelle piante rampicanti giavanesi avide di luce – le chiamano “Sipo Matador” – che avvinghiano con le loro braccia una quercia così a lungo e ripetutamente che infine riescono – alte su di essa, anche se ad essa appoggiate – a dischiudere alla libera luce la loro corolla, e far così mostra della loro felicità.

1358 - Impegno sociale, lassismo privato.


1359 - Proprio per questo scopo sono state congegnate tutte le istituzioni umane: fare in modo che, bombardati da un continuo profluvio di pensieri, non ci si accorga più di essere vivi.

1360 - La società umana è un tentativo, un lungo tentare: tentare le voglie di un dominatore! Un tentativo, fratelli miei! Che c’entra il “contratto sociale”?

1361 - Ci sono momenti in cui noi tutti ci rendiamo conto di come le istituzioni più intrusive, coi loro doveri, nella nostra vita, siano state concepite soltanto perché potessimo sottrarci al nostro vero compito. Ci affrettiamo a disfarci del nostro cuore, donandolo allo stato, agli affari, alle relazioni sociali o alla scienza, soltanto per non possederlo più. Ci assoggettiamo al peso del nostro lavoro quotidiano con una fregola da perderci i sensi, ben più di quanto sarebbe necessario per il nostro sostentamento. Tutto questo, perché abbiamo bisogno, prima di tutto, di non fermarci a riflettere. La fretta contagia tutti, perché tutti fuggono da se stessi.

1362 - Che cosa provoca, oggi, la nostra ripugnanza nei confronti degli esseri umani? (Non c’è dubbio, infatti, che, per noi, gli esseri umani sono una malattia). Non certo la paura; piuttosto, il fatto che, dagli esseri umani, non abbiamo più nulla da temere. Il fatto che l’“uomo addomesticato”, incurabilmente mediocre e sconfortante, abbia già imparato a sentirsi il fine ultimo, il coronamento e la ragione stessa della storia. A sentirsi “l’uomo superiore”.

1363 - È solo da quando l’uomo ha imparato a riconoscere gli altri come suoi simili – vale a dire, dalla fondazione della società civile – che esiste la gioia per le disgrazie altrui.

SOFISTICATI
1364 - Gli intelletti più sofisticati, ai quali niente è più estraneo delle banalità, spesso, passando per ogni sorta di circonlocuzioni e tortuosi percorsi verso le vette dello spirito, si imbattono in una di esse; allora, con stupore di chi sofisticato non è, sono tutti contenti.

1365 - Chi considera l’umanità un gregge da cui allontanarsi al più presto, finirà per venire, inevitabilmente, raggiunto e preso a cornate.

1366 - La raffinatezza intellettuale di solito produce, in chi la possiede, un mutismo imbarazzato che viene, da chi fine non è, interpretato come un segno di silenziosa superiorità, ed è, per ciò, molto temuto. Invece, se si percepisse che si tratta di imbarazzo, susciterebbe benevolenza.

1367 - Bisogna stare in guardia dal diventare acuti troppo in fretta; infatti, in questo modo, si rischia di diventare, contemporaneamente, esili troppo in fretta. MaM

SOGNI
1368 - Ciò di cui facciamo esperienza in sogno, in fondo, appartiene all’economia complessiva della nostra anima allo stesso pieno diritto di qualsiasi altra esperienza “reale”: noi veniamo, per sua virtù, resi più ricchi, oppure impoveriti.

1369 - Nei sogni, dissipiamo troppo del nostro temperamento artistico; per questo, di giorno, spesso, ne abbiamo così poco.

1370 - Se, per un attimo, ci astraiamo dalla nostra “realtà” individuale; se riusciamo a concepire la nostra stessa esistenza empirica e quella del mondo nel suo complesso come una rappresentazione creata ad ogni istante dall’Ente Originario; allora, dovremo considerare il sogno come apparenza della apparenza; vale a dire: un appagamento ancora più pieno della nostra atavica passione per le apparenze.

1371 - Se sognassimo tutte le notti lo stesso sogno, ne saremmo coinvolti come dalle cose di tutti i giorni.


SOLITUDINE
1372 - Se restiamo da soli, e in silenzio, abbiamo paura di sentire nell’orecchio un sussurro, e di ciò che ci può dire; per questo odiamo il silenzio, ed usiamo le relazioni sociali come un narcotico.

1373 - La rugiada cade sull’erba quando la notte è nel suo più profondo silenzio.

1374 - Una cosa è l’abbandono, un’altra la solitudine.

1375 - Siamo sempre e soltanto in compagnia di noi stessi.

1376 - La capacità di murarsi dentro la propria anima è una delle principali astuzie con cui l’istinto tutela una gravidanza spirituale.

1377 - Vivi ignorando tutto ciò che, agli uomini del tuo tempo, pare essenziale! Metti tra te ed il presente almeno tre secoli di corazza! E il grido del presente, il chiasso di guerre e rivoluzioni, ti possa giungere come un mormorio!

1378 - Se si vive da soli, non si parla troppo forte, e non si scrive, neanche, troppo forte. Si teme la vuota eco: il giudizio critico della ninfa Eco.

1379 - Quando sopraggiunge quella brutale ed esaltata confraternita della quale fan parte tutti coloro che corrono dietro alla “felicità”, tutto diventa un intrico di grida, un parapiglia da rimanerci storpi. Allora il filosofo si tappa gli orecchi, si mette una benda sugli occhi e fugge nel deserto più desolato, dove può vedere ciò che essi non vedranno mai. Dove può ascoltare gli echi profondi della natura e delle stelle.

1380 - Uno va dal prossimo suo perché cerca se stesso; un altro, perché vorrebbe perdere se stesso. È il vostro cattivo amore per voi stessi, a rendervi la solitudine una prigione.

SOVRANITÀ
1381 - “Meglio restare debitori che pagare con una moneta su cui non sia impressa la nostra effige”: questo vuole la nostra sovranità.

SPADE
1382 - La spada con cui si attacca è bella larga, quella con cui ci si difende, di solito, ha la punta ad ago.

SPECIALISTI
1383 - Per i mediocri, nel loro essere mediocri, sta quella felicità che deriva dall’essere maestri in una sola disciplina: nell’avere un istinto naturale per la specializzazione.

SPIRITO
1384 - Il puro spirito è la pura menzogna.

1385 - Gli uomini più spirituali, siccome sono i più forti, trovano la felicità personale laddove altri troverebbero la loro rovina: nel labirinto, nella durezza verso se stessi e gli altri, nel continuo mettersi alla prova. Il loro piacere sta nel costringere se stessi. In loro, l’ascetismo diventa natura, bisogno, istinto. Nella gravosità di un incarico, ci vedono un privilegio; nel giocare con i pesi che schiacciano gli altri, una forma di svago.

1386 - Lo stacco di tempo del metabolismo sta in una relazione precisa con l’agilità o l’andatura claudicante con cui lo spirito mette avanti i piedi. Lo “spirito” stesso è soltanto un aspetto particolare di questo metabolismo.

1387 - Chi cerca di continuo lo spirito, di spirito, non ne ha.

STAMPA
1388 - Se si considera come, anche al giorno d’oggi, tutti i grandi eventi politici si insinuino sulla scena del mondo di soppiatto e resi irriconoscibili da un velo – quasi certi avvenimenti insignificanti li tenessero nascosti col farli apparire piccoli, al loro cospetto – e come solo molto tempo il loro verificarsi essi mostrino fino a che punto le loro profonde ramificazioni abbiano fatto tremare il suolo; allora, quale importanza si può dare alla stampa, così come essa, oggi, è, col suo giornaliero dar fiato ai polmoni a forza di gridare, prevaricare la voce degli altri, provocare e spaventare? La si può considerare qualcosa di più di un cieco chiasso permanente, che fa prendere ad orecchie e sensi una direzione sbagliata?


STATO
1389 - Quei tremendi bastioni che le organizzazioni statali hanno eretto contro l’istinto atavico della libertà – le pene giudiziarie ne sono, più di ogni altra cosa, parte integrante – hanno aperto il varco attraverso il quale quell’istinto – così gagliardo nell’uomo selvaggio, libero e senza patria – a forza di venire represso, invertendo il suo corso, è giunto ad aggredire l’animo umano. L’ostilità reciproca, la crudeltà, il compiacimento nel perseguitare, assalire, destabilizzare, distruggere: sono tutte manifestazioni del modo in cui questo istinto si rivolta contro chi lo possiede. È questa l’origine prima della “cattiva coscienza”.

1390 - Cultura e Stato – non ci si inganni su questo – sono antagonisti. La “cultura di Stato” è soltanto una trovata moderna. In questa espressione, infatti, ognuno dei due termini vive a spese dell’altro; ognuno prospera sulle spalle dell’altro. Tutte le grandi epoche della cultura sono epoche di decadenza politica. Tutto ciò che è grande, in senso culturale, è di carattere apolitico. Anzi, addirittura antipolitico.

1391 - Al giorno d’oggi, nessun governo ammette di mantenere un esercito per soddisfare opportunistiche smanie di conquista; invece, deve servire per difesa. Viene invocato, insomma, il patrocinio di quella morale che approva la legittima difesa. Questo, però, vale a dire: giudicare se stessi morali, ed accusare i propri vicini di immoralità; infatti, è giocoforza ritenerli smaniosi di attaccarci e conquistarci, visto che il nostro Stato si sente legittimato a predisporre gli strumenti per una legittima difesa. In questa situazione si trovano, oggi, tutti gli Stati, ognuno nei confronti dell’altro: presuppongono che i propri vicini abbiano una cattiva disposizione d’animo nei proprio confronti; mentre loro, verso di essi, si sentono tanto benevoli.

1392 - Io definisco “Stato” quel luogo dove tutti, buoni e cattivi, si ubriacano di veleno. “Stato”, quel luogo dove tutti, buoni e cattivi, dissipano se stessi. “Stato”, quel luogo dove il lento suicidio di tutti si chiama “vita”!

1393 - Lo Stato ha un bello sbandierare a destra e manca i propri meriti verso la cultura: ciò che fa, promuovendola, è promuovere se stesso; un fine che ecceda di gran lunga i limiti della sua prosperità e della sua sopravvivenza, gli risulta inconcepibile.

1394 - Tutti gli Stati nei quali a doversi occupare di politica non siano esclusivamente i politici, sono fondati su cattivi principi, e meritano che la proliferazione, in loro, di politicanti, gli risulti fatale.

1395 - Dove c’è un governo, esistono masse; dove esistono masse, esiste l’esigenza di essere schiavi.

STILE
1396 - Prediligere, nel linguaggio, neologismi o arcaismi, termini rari e che suonano strani; aspirare alla opulenza lessicale, piuttosto che ad una selezione critica del lessico: sono sempre segni di un gusto immaturo o corrotto. Una nobile povertà, ma anche una magistrale libertà nel muoversi all’interno di quel loro possedimento così poco vistoso, contraddistinguevano gli artisti della parola, nell’antica Grecia. Il loro intento era possedere meno del popolo – il popolo, infatti, è fin troppo ricco di cose vecchie e nuove – ma, questo meno, per loro, voleva dire possedere meglio.

1397 - Quali sono le caratteristiche di ogni decadenza letteraria? Il fatto che, in essa, non vi è più alcuna percezione della totalità: lo stile, non è più un organismo vitale. La parola diventa sovrana, e spicca un salto fuori della frase; la frase involve in sé l’intera pagina, fino ad offuscarne, con le sue diramazioni, il senso. Infine, la pagina prende vita a spese del pensiero, in tutta la sua struttura organica. Finché, ciò che era un organismo vitale, di organico, non ha più niente.

1398 - Per chi, con lo stile ricercato, ci fa l’amore, che si trovi uno stile è un fatto di corna.

1399 - Se uno stile è capace di comunicare uno stato d’animo in tutta la sua immediatezza; se sa trovare, nelle parole, i giusti simboli, e non si sbaglia sul tempo che l’armonia della frase deve “prendere”; se sa trovare, infine, la mimica più espressiva – tutte le leggi che regolano l’economia interna del periodo appartengono all’arte gestuale – allora, quello stile, è buono.

1400 - Le cose più azzardate, le diciamo con semplicità, se, soltanto, intorno a noi, ci sono persone convinte che tale azzardo riveli la nostra forza: un simile seguito educa alla “semplicità dello stile”. I diffidenti parlano in modo enfatico. I diffidenti rendono enfatici.






Aforismi vari

These. Der Mensch handelt immer, wie er muss. Das heisst: Hier regiert kein Wille, sondern das Verlangen des Individuums nach Genuss und die Furcht vor Verlust dieses Verlanges.


Also sprach Zarathustra

Als Zarathustra dreissig Jahr alt war, verliess er seine Heimat und den See seiner Heimat und gieng in das Gebirge. Hier genoss er seines Geistes und seiner Einsamkeit und wurde dessen zehn Jahr nicht müde. Endlich aber verwandelte sich sein Herz, - und eines Morgens stand er mit der Morgenröthe auf, trat vor die Sonne hin und sprach zu ihr also: ``Du grosses Gestirn! Was wäre dein Glück, wenn du nicht Die hättest, welchen du leuchtest! Zehn Jahre kamst du hier herauf zu meiner Höhle: du würdest deines Lichtes und dieses Weges satt geworden sein, ohne mich, meinen Adler und meine Schlange. Aber wir warteten deiner an jedem Morgen, nahmen dir deinen Überfluss ab und segneten dich dafür. Siehe!

Ich bin meiner Weisheit überdrüssig, wie die Biene, die des Honigs zu viel gesammelt hat, ich bedarf der Hände, die sich ausstrecken. Ich möchte verschenken und austheilen, bis die Weisen unter den Menschen wieder einmal ihrer Thorheit und die Armen einmal ihres Reichthums froh geworden sind.

Dazu muss ich in die Tiefe steigen: wie du des Abends thust, wenn du hinter das Meer gehst und noch der Unterwelt Licht bringst, du überreiches Gestirn! Ich muss, gleich dir, untergehen, wie die Menschen es nennen, zu denen ich hinab will. So segne mich denn, du ruhiges Auge, das ohne Neid auch ein allzugrosses Glück sehen kann! Segne den Becher, welche überfliessen will, dass das Wasser golden aus ihm fliesse und überallhin den Abglanz deiner Wonne trage! Siehe!


Dieser Becher will wieder leer werden, und Zarathustra will wieder Mensch werden.'' -
Also begann Zarathustra's Untergang.





La volontà di potenza
- 614 "Umanizzare" il mondo significa sentircene sempre più padroni
- 610 Scienza -- trasformazione della natura in concetti allo scopo di dominarla; ciò rientra nella rubbrica: "Mezzi". Ma lo scopo e la volontà dell'uomo devono pure crescere, la sua intenzione deve essere rivolta al Tutto.






Vom Freunde

“Einer ist immer zu viel um mich”—also denkt der Einsiedler. “Immer Einmal Eins—das giebt auf die Dauer Zwei!”
Ich und Mich sind immer zu eifrig im Gespräche: wie wäre es auszuhalten, wenn es nicht einen Freund gäbe? Immer ist für den Einsiedler der Freund der Dritte: der Dritte ist der Kork, der verhindert, dass das Gespräch der Zweie in die Tiefe sinkt. Ach, es giebt zu viele Tiefen für alle Einsiedler. Darum sehnen sie sich so nach einem Freunde und nach seiner Höhe. Unser Glaube an Andre verräth, worin wir gerne an uns selber glauben möchten. Unsre Sehnsucht nach einem Freunde ist unser Verräther. Und oft will man mit der Liebe nur den Neid überspringen.

Und oft greift man an und macht sich einen Feind, um zu verbergen, dass man angreifbar ist.
“Sei wenigstens mein Feind!”—so spricht die wahre Ehrfurcht, die nicht um Freundschaft zu bitten wagt. Will man einen Freund haben, so muss man auch für ihn Krieg führen wollen: und um Krieg zu führen, muss man Feind sein können. Man soll in seinem Freunde noch den Feind ehren. Kannst du an deinen Freund dicht herantreten, ohne zu ihm überzutreten? In seinem Freunde soll man seinen besten Feind haben. Du sollst ihm am nächsten mit dem Herzen sein, wenn du ihm widerstrebst. Du willst vor deinem Freunde kein Kleid tragen? Es soll deines Freundes Ehre sein, dass du dich ihm giebst, wie du bist? Aber wünscht dich darum zum Teufel! Wer aus sich kein Hehl macht, empört: so sehr habt ihr Grund, die Nacktheit zu fürchten! Ja, wenn ihr Götter wäret, da dürftet ihr euch eurer Kleider schämen! Du kannst dich für deinen Freund nicht schön genug putzen: denn du sollst ihm ein Pfeil und eine Sehnsucht nach dem Übermenschen sein. Sahst du deinen Freund schon schlafen,—damit du erfahrest, wie er aussieht? Was ist doch sonst das Gesicht deines Freundes? Es ist dein eignes Gesicht, auf einem rauhen und unvollkommnen Spiegel.

Sahst du deinen Freund schon schlafen? Erschrakst du nicht, dass dein Freund so aussieht? Oh, mein Freund, der Mensch ist Etwas, das überwunden werden muss. Im Errathen und Stillschweigen soll der Freund Meister sein: nicht Alles musst du sehn wollen. Dein Traum soll dir verrathen, was dein Freund im Wachen thut. Ein Errathen sei dein Mitleiden: dass du erst wissest, ob dein Freund Mitleiden wolle. Vielleicht liebt er an dir das ungebrochne Auge und den Blick der Ewigkeit. Das Mitleiden mit dem Freunde berge sich unter einer harten Schale, an ihm sollst du dir einen Zahn ausbeissen. So wird es seine Feinheit und Süsse haben. Bist du reine Luft und Einsamkeit und Brod und Arznei deinem Freunde? Mancher kann seine eignen Ketten nicht lösen und doch ist er dem Freunde ein Erlöser. Bist du ein Sclave? So kannst du nicht Freund sein. Bist du ein Tyrann? So kannst du nicht Freunde haben. Allzulange war im Weibe ein Sclave und ein Tyrann versteckt. Desshalb ist das Weib noch nicht der Freundschaft fähig: es kennt nur die Liebe.

In der Liebe des Weibes ist Ungerechtigkeit und Blindheit gegen Alles, was es nicht liebt. Und auch in der wissenden Liebe des Weibes ist immer noch Überfall und Blitz und Nacht neben dem Lichte.
Noch ist das Weib nicht der Freundschaft fähig: Katzen sind immer noch die Weiber, und Vögel. Oder, besten Falles, Kühe. Noch ist das Weib nicht der Freundschaft fähig. Aber sagt mir, ihr Männer, wer von euch ist denn fähig der Freundschaft? Oh über eure Armuth, ihr Männer, und euren Geiz der Seele! Wie viel ihr dem Freunde gebt, das will ich noch meinem Feinde geben, und will auch nicht ärmer damit geworden sein. Es giebt Kameradschaft: möge es Freundschaft geben! AIso sprach Zarathustra






Dionysos:
Sei klug, Ariadne!...
Du hast kleine Ohren, du hast meine Ohren:
steck ein kluges Wort hinein! -
Muss man sich nicht erst hassen, wenn man sich lieben soll?...
Ich bin dein Labyrinth...



Zarathustra III, Sonnenaufgang  

Oh Himmel über mir, du Reiner! Tiefer!
Du Licht-Abgrund! Dich schauend schaudere ich vor göttlichen Begierden. In deine Höhe mich zu werfen - das ist meine Tiefe!
Und stieg ich Berge, wen suchte ich je, wenn nicht dich, auf Bergen?
Und all mein Wandern und Bergsteigen: eine Not war's nur und ein Behelf des Unbeholfenen: fliegen allein will mein ganzer Wille, in dich hinein fliegen!
Den ziehenden Wolken bin ich gram, diesen schleichenden Raub-Katzen: sie nehmen dir und mir, was uns gemein ist, - das ungeheuere unbegrenzte Ja- und Amen-Sagen.





Aforismi tratti da: "Umano, troppo umano I
"
  Pieno di riguardi. - Non voler offendere né danneggiare nessuno può essere segno di una mentalità equa, ma anche di una timorosa. Bontà materna. - Certe madri hanno bisogno di figli felici onorati; altre di figli infelici: altrimenti la loro bontà materna non può manifestarsi.  L'ipocrita più raffinato. - Non parlare per niente di sé è un'ipocrisia molto raffinata.
Aforismi tratti da: "Al di là del bene e del male"   Nei singoli la follia è una rarità: ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola. Il fascino della conoscenza sarebbe il minimo se sulla sua strada non dovessimo superare tanta vergogna.



Aforismi famosi

  1. Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.
     

  2. Ciò che si fa per amore è sempre al di là del bene e del male.

       Al di là del bene e del male

  1. E' per il basso ventre che l'uomo non può ritenersi con tanta facilità un dio.

    Al di là del bene e del male

  2. Il desiderio di vincere una passione non è alla fin fine che il desiderio di un'altra passione.

    Al di là del bene e del male

  3. Ciò che non ci uccide ci rende più forti.
     

  4. La donna non è capace di amicizia, conosce solo l'amore.
     

  5. Tutto ciò che è profondo ama la maschera.
     

  6. Il veleno che uccide i deboli tonifica i forti, che non lo chiamano veleno.
     

  7. Quando la virtù ha dormito, si alza più fresca.
     

  8. Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità.
     

  9. Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore





Raccolta mista

E' vero: amiamo la vita non perché siamo abituati alla vita, ma perché siamo abituati ad amare. C'è sempre un po' di follia nell'amore. Ma c'è sempre un po' di ragione nella follia


Dovete avere solo nemici da odiare, e non nemici da disprezzare: dovete essere orgogliosi del vostro nemico


Con tuoni e celesti fuochi d'artificio si deve parlare a sensi fiacchi e addor-mentati. Ma la voce della bellezza parla sommessa: essa s'insinua soltanto nelle anime più deste


Ah, ci sono tante cose fra cielo e terra, di cui soltanto i poeti hanno sognato Qualcosa


Dormire non è poca arte: è necessario vegliare tutto il giorno per giungervi


Ah, sono sempre pochi coloro il cui cuore ha lungo coraggio e lunga baldanza; e a questi anche lo spirito rimane paziente. Ma tutto il resto è vile. Il resto: sono sempre i più, il quotidiano, il superfluo, i troppi - tutti costoro sono vili!


ci vuole più coraggio a concludere, che a fare un verso nuovo: tutti i medici e i poeti lo sanno


Così mi disse una volta il diavolo: "Anche Dio ha il suo inferno: è il suo amore per gli uomini."


Colui che disse "Dio è uno spirito"- compì il più grande passo e salto verso l'incredulità che mai si vide in terra: a queste parole non si rimedierà facilmente in terra


Non c'è redenzione per colui che soffre tanto di sé, se non la morte rapida


Medico, aiuta te stesso: così aiuterai il tuo malato. Sarà l'aiuto migliore per lui vedere con gli occhi uno che risana sé stesso


La compassione è l'abisso più profondo: quanto più a fondo penetra l'uomo nella vita, tanto più a fondo penetra nel dolore


Proprio la cosa più piccola, più sommessa, più lieve, il fruscìo di una lucertola,un soffio, un guizzo, uno sbatter di occhi.- Di poco è fatta la miglior felicità


L'uomo è una fune sospesa tra l'animale e il superuomo - una fune sopra l'abisso


L'uomo per colui che conosce si chiama: la bestia che ha le guance rosse. Come è avvenuto ciò? Non è perché ha dovuto troppo spesso vergognarsi?


Ah! fratelli! Di ognuno si sa sempre qualcosa di troppo! E qualcuno ci diventa trasparente, ma non per questo possiamo passare dentro di lui


Così vi consiglio, amici: diffidate di tutti coloro in cui potente è l'impulso a punire! E' gente di specie ed origine; sul loro volto traspaiono il carnefice e il segugio


E chi non vuole morire di sete fra gli uomini, deve imparare a bere in tutti i bicchieri; e chi vuole rimanere puro fra gli uomini deve saper lavarsi anche con l'acqua sporca


Il coraggio ammazza anche le vertigini sull'orlo degli abissi: e quando mai l'uomo non pencola sull'orlo degli abissi! Lo stesso vedere non è forse vedere abissi?


Parlano tutti di me, quando la sera si mettono intorno al fuoco,  parlano di me, ma nessuno pensa a me!


…guai se l'uomo imparasse anche a volare! A quale altitudine - volerebbe la sua fame di preda!


Non v'è nella sorte umana sciagura più grande di quando i potenti della terra non sono anche i primi uomini. Allora diventa tutto falso storto e deforme


Nella solitudine cresce ciò che uno porta con sé in essa, anche la bestia nascosta. Ragion per cui a molti si sconsiglia la solitudine


I più puri dovrebbero essere signori della terra, i più sconosciuti, i più forti, le anime di mezzanotte, che sono più chiare e più profonde di ogni giorno


Agli uomini accade quel che accade all'albero. Quanto più in alto e più nella luce vuole ascendere, con tanta più forza le sue radici si spingono dentro la terra, verso il basso, nel buio, nel profondo, - nel male


Ma il diavolo non è mai al posto dove sarebbe a proposito: arriva sempre troppo tardi questo maledetto nano piè-storpio!


Guarda questa porta [. . . ]Ha due facce. E' il punto di convergenza di due strade: nessuno le percorse mai sino in fondo. Questa lunga via fino alla porta: dura un'eternità. E quella lunga via al di là della porta - è un'altra eternità. Si contraddicono questi due cammini, cozzano con la testa l'uno con l'altro: - e qui, a questa porta maestra, è il punto dove convergono. Il nome della porta maestra è scritto lassù in alto: "Attimo"


…oh, come sopporto di vivere ancora! Ma come sopporterei di morire ora!


O solitudine! Tu patria mia solitudine!

Troppo a lungo vissi selvaggio in selvaggi paesi stranieri, per non tornare a te con le lacrime!


Ma chi è inviso al popolo come un lupo ai cani: è lo spirito libero, il nemico dei vincoli, il non-adorante, colui che dimora nei boschi


Il corpo è una grande ragione, una pluralità con un solo senso, una guerra ed una pace, un gregge ed un pastore


Si può diffondere la propria sapienza con il frastuono delle campane: i mercanti sul mercato la copriranno con tintinnio di spiccioli


Meglio non sapere nulla che sapere molte cose a metà! Meglio essere uno stolto di propria volontà che un saggio secondo il giudizio altrui!


I massimi avvenimenti - non sono le nostre ore più rumorose, ma le nostre ore più silenziose


Le parole più silenziose sono quelle che suscitano la tempesta. Pensieri che vengono su piedi di colomba, dirigono il mondo


Com'è bello che esistano parole e suoni: parole e suoni non sono forse arcobaleni e ponti apparenti tra cose eternamente disgiunte?


…chi ha mai compreso quanto sono estranei tra loro l'uomo e la donna!


Sì, c'è qualcosa di invulnerabile, d'inseppellibile in me, qualcosa che frantuma le rocce: si chiama la mia volontà. Silenziosa e immutata resta al passare degli anni.[. . . ] Sì, tu sei quella che trasforma tutti i sepolcri in rovine: salute a te, mia volontà! E soltanto dove ci sono sepolcri, ci sono resurrezioni.


Ma dove trovai essere vivente, la udii anche il discorso dell'obbedienza. Ogni essere vivente è qualcosa che obbedisce. E questa è la seconda cosa: riceve comandi colui che non sa obbedire a sé stesso. Tale è l'essenza dell'essere vivente. E la terza cosa che udii è: che comandare è più difficile che obbedire. E non solo che chi comanda porta il peso di tutti coloro che obbediscono e che questo peso è facile che lo schiacci


Non di dove venite sia d'ora in poi il vostro onore, bensì dove tendete! La vostra volontà e il vostro piede che vuole portarvi al di là di voi stessi, questo sia il vostro nuovo onore


La vita è una sorgente di piacere: ma per colui nel quale parla lo stomaco guasto, padre dell'afflizione, tutte le fonti sono avvelenate


Qual è la specie più alta dell'essere e qual è la più vile? Il parassita è la più vile, ma chi è della specie più alta nutre il maggior numero di parassiti


Non vogliate nulla al di là della vostra capacità: hanno una falsità odiosa quelli che vogliono al di là delle proprie capacità. Soprattutto quando vogliono cose grandi! Poiché suscitano diffidenza verso le cose grandi, questi raffinati falsari e commedianti: - finché diventano falsi con se stessi, strabici, pieni di vermi e riverniciati, ammantati di parole forti, di virtù da esposizione, di opere splendenti e false


Essi si vantano di non mentire: ma l'impotenza a mentire è ben lungi dall'amore per la verità. Guardatevi da loro! [. . . ] Chi non sa mentire non sa che cos'è la verità


Se volete arrivare in alto, usate le vostre gambe! Non lasciatevi trasportare in alto, non sedetevi su dorsi e teste altrui!


Il sentimento più penoso che ci sia è quello di scoprire che si è sempre presi per qualcosa di superiore a quel che si è


Io sono interamente corpo, e nient'altro; l'anima è soltanto una parola per indicare qualche cosa che riguarda il corpo


Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui


C'è sempre un grano di pazzia nell'amore, così come c'è sempre un grano di logica nella follia


La decisione cristiana di trovare il mondo brutto e cattivo, ha reso brutto e cattivo il mondo


Chi sa di essere profondo, si sforza di esser chiaro. Chi vuole apparire profondo alla folla, si sforza di esser oscuro. I fatti la folla ritiene profondo tutto quel di cui non riesce a vedere il fondo: è tanto timorosa e scende tanto mal volentieri nell'acqua!


Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo


I medici più pericolosi sono quelli che, da attori nati, imitano con perfetta arte di illusione il medico nato


Che cos'è la felicità? La sensazione che la potenza cresce che si sta superando una resistenza


Poiché tra due persone che amano, di solito una ama e l'altra è amata, è sorta la credenza che in ogni rapporto amoroso vi sia una misura costante di amore: quanto più uno ne strapperebbe per sè, tanto meno ne resterebbe per l'altra persona. Eccezionalmente accade che la vanità convinca ciascuno dei due di essere lui quello che deve essere amato; e così tutti e due vogliono farsi amare, il che dà luogo, soprattutto nel matrimonio, a scene tra il comico e l'assurdo.


Ben poche sono le donne oneste che non siano stanche di questo ruolo.



Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi.




Che cosa desideriamo noi vedendo la bellezza? Desideriamo di essere belli; crediamo che a ciò vada congiunta molta felicità. Ma questo è un errore.



Chi conosce in prodondità, si sforza d'essere chiaro; chi vorrebbe sembrare profondo alla moltitudine, si sforza d'essere oscuro.



Chi raggiunge il proprio ideale, proprio con ciò lo oltrepassa.


Chi scrive aforismi non vuole essere letto ma imparato a memoria.


Ci si sbaglierà raramente, attribuendo le azioni estreme alla vanità, quelle mediocri all'abitudine e quelle meschine alla paura.


Ciò che fa l’originalità di un uomo è che egli vede una cosa che tutti gli altri non vedono.


Ciò che noi facciamo non viene mai capito, ma soltando lodato o biasimato


Ciò che non mi distrugge, mi rende più forte.


Da quando ho imparato a camminare mi piace correre.


Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore.


É prerogativa della grandezza recare grande felicità con piccoli doni.




E' un giusto giudizio dei dotti che gli uomini di tutti i tempi abbiano creduto che cosa sia bene e male, degno di lode e di biasimo. Ma è un pregiudizio dei dotti che noi adesso lo sappiamo meglio di qualsiasi altro tempo.

Fino a che continuerai a sentire le stelle ancora come al di sopra di te, ti mancherà lo sguardo dell'uomo che possiede la conoscenza.

Grazie alla musica le passioni godono di se stesse.

I medici più pericolosi sono quelli che, da attori nati, imitano con perfetta arte di illusione il medico nato.

I pensieri sono le ombre delle nostre sensazioni: sempre più oscuri, più vani, più semplici di queste.

Il cinismo è la sola forma sotto la quale le anime volgari rasentano l'onestà.

Il futuro influenza il presente tanto quanto il passato.

Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Il modo più perfido di nuocere ad una causa è difenderla intenzionalmente con cattive ragioni.

Il non parlare mai di sé è un'ipocrisia molto distinta.

Il nostro destino esercita la sua influenza su di noi anche quando non ne abbiamo ancora appresa la natura: il nostro futuro detta le leggi del nostro oggi.

Il pauroso non sa che cosa significa esser solo: dietro la sua poltrona c'è sempre un nemico.

Il sentimento più penoso che ci sia è quello di scoprire che si è sempre presi per qualcosa di superiore a quel che si è.

Io sono interamente corpo, e nient'altro; l'anima è soltanto una parola per indicare qualche cosa che riguarda il corpo.

La donna è stato il secondo errore di Dio.

La donna non è capace di amicizia, conosce solo l'amore.

La familiarità del superiore irrita, perchè non può essere ricambiata.

La nostra vanità è più duramente offesa proprio quando è stato il nostro orgoglio ad essere ferito.

La sensualità affretta spesso la crescita dell'amore, così che la radice rimane debole e facile da strappare.



La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità e di innumerevoli intervalli. La maggior parte degli uomini, però, non conoscendo i momenti magici, finisce col vivere solo gli intervalli.

L'amore è lo stato in cui l'uomo vede le cose diverse da come sono.

L'amore porta alla luce le qualità elevate e nascoste di un amante, ciò che vi è in lui di raro ed eccezionale. Così trae in inganno su ciò che in lui rappresenta la norma

L'asceta fa una necessità della virtù.

Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità.

Le medesime passioni hanno nell'uomo e nella donna un ritmo diverso: perciò uomo e dona continuano a fraintendersi.

L'enorme aspettativa riguardo l'amore sessuale e la vergogna per questa aspettativa rovinano sin dall'inizio alle donne ogni prospettiva.

L'essere confutabile non è certo la minore attrattiva di una teoria; proprio per questo attira i cervelli più sottili.

L'immortalità si paga cara: bisogna morire diverse volte mentre si è ancora in vita.

L'uomo deve essere addestrato alla guerra. La donna al riposo del guerriero. Tutto il resto è stupidità.

Madre dell'eccesso non è la gioia, ma la mancanza di gioia.

Meglio è non saper niente che saper molte cose a metà.

Meglio esser pazzo per conto proprio, anziché savio secondo la volontà altrui!

Meglio essere folle per proprio conto che saggio con le opinioni altrui.

Nel vero amore è l'anima che abbraccia il corpo.

Nella dorata guaina della compassione si nasconde talvolta il pugnale dell'invidia.

Nella vendetta e nell'amore la donna è più barbarica dell'uomo.

Non attribuiamo particolare valore al possesso di una virtù, finché non ne notiamo la totale mancanza nel nostro avversario.

Non c'è niente da fare: ogni maestro ha un solo allievo, e questo gli diventa infedele perchè è destinato anche lui a diventare maestro.

Non esistono fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali dei fenomeni.

Non la forza, ma la costanza di un alto sentimento fa gli uomini superiori.

O risplendente Sole, cosa mai saresti tu, se non ci fossi io, quaggiù, su cui risplendere?

Per chi è solo, il rumore è già una consolazione.

Per troppo tempo nella donna si sono nascosti uno schiavo e un tiranno. Perciò la donna non è capace ancora di amicizia, ma conosce solo l'amore.

Più uno si lascia andare, più lo lasciano andare gli altri.



Prima dell'effetto si crede a cause diverse da quelle cui si crede dopo l'effetto.

Quando la menzogna si accorda con il nostro carattere diciamo le bugie migliori.

Quando la virtù ha dormito, si alza più fresca.

Quanto più ci innalziamo, tanto più piccoli sembriamo a quelli che non possono volare.

Quanto più già si sa, tanto più bisogna ancora imparare. Con il sapere cresce nello stesso grado il non sapere, o meglio il sapere del non sapere.

Quello che non mi uccide, mi fortifica.

Se i coniugi non vivessero insieme, i buoni matrimoni sarebbero più frequenti.

Se si ha carattere, si ha anche una propria tipica esperienza interiore, che ritorna sempre.

Senza musica la vita sarebbe un errore.

Senza musica la vita sarebbe un errore.

Si odono solo le domande alle quali si è in condizione di trovare una risposta.

Temo che gli animali vedano nell'uomo un essere loro uguale che ha perso in modo estremamente pericoloso il sano intelletto animale: vedano ciò in lui l'animale delirante, l'animale che ride, l'animale che piange, l'animale infelice.

Tutte le cose che sono veramente grandi, a prima vista sembrano impossibili.

Tutti gli uomini che facciamo aspettare a lungo nell'anticamera del nostro favore vanno in fermentazione o divengono acidi.

Tutto ciò che è fatto per amore è sempre al di là del bene e del male.

Tutto ciò che è profondo ama mascherarsi; le cose più profonde odiano l'immagine e la similitudine.

Tutto ciò che è troppo stupido per essere detto può essere cantato.

Un pò di salute ogni tanto è il miglior rimedio per l'ammalato.

Un uomo di genio è insopportabile, se non ha almeno altre due qualità: la gratitudine e la purezza.

Una cosa buona non ci piace, se non ne siamo all’altezza.

Una donna può stringere legami di amicizia con un uomo; ma per mantenerla, è forse necessario il concorso d'una leggera avversione fisica



Silenzio! - Di grandi cose - io vedo grande! - si deve tacere o dire grande: dì grande, mia incantata saggezza! Io vedo in alto - là si rivoltano mari di luce: o notte, o silenzio, o chiasso di quiete mortale!... Io vedo un segno -, dalla più lontana lontananza cala lenta su di me una costellazione scintillante... Supremo astro dell'essere! Tavola di eterne figure! Tu vieni a me? - Ciò che nessuno ha scorto, la tua muta bellezza - come? Non fugge davanti ai miei sguardi? Stemma della necessità! Tavola di eterne figure! - ma tu già lo sai: ciò che tutti odiano, ciò che solo io amo, che tu sei eterno! Che tu sei necessario! Il mio amore si accende in eterno solo della necessità. Stemma della necessità! Supremo astro dell'essere! - mai raggiunto da desiderio, mai macchiato da no, eterno sì dell'essere, sono il tuo sì in eterno: perché io ti amo, o eternità! 


È un giusto giudizio dei dotti che gli uomini di tutti i tempi abbiano creduto che cosa sia bene e male, degno di lode e di biasimo. Ma è un pregiudizio dei dotti che noi adesso lo sappiamo meglio di qualsiasi altro tempo.

 LA MUSICA DI F. NIETZSCHE

Stando alla testimonianza dell'albergatore presso cui alloggiava a Torino, la crisi finale della malattia di Nietzsche, quella che lo gettò una volta per tutte nelle tenebre della follia, fu preceduta da un lungo e forsennato suonare il piano. Il fatto apparentemente marginale può invece avere una certa rilevanza nel definire il rapporto intimo e continuo di Nietzsche con la musica. Non la musica teorizzata dello "spirito della musica" e del dionisiaco, ma quella vissuta di chi la musica sa non solo pensarla, ma anche suonarla e, come nel caso di Nietzsche, scriverla. Musica che diventa manifestazione di un'interiorità che non può esprimersi solo verbalmente. In questo senso la presentazione, sia pure molto circoscritta, di alcune pagine musicali composte da Nietzsche, può assumere il valore di una testimonianza incomparabile sull'uomo Nietzsche, molto più che sul filosofo.

Per chi fosse interessato all'edizione degli spartiti di Nietzsche ricordo:

F. Nietzsche, Der musikalische Nachlass, (ed.: Curt Paul Janz), Basel, 1976

1 - Heldenklage  
2 - Ungarischer Marsch  
3 - So lach doch mal  
4 - Da geht ein Bac h  
5 - Im Mondschein auf der Puszta


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Last modified Dezember 15, 2013